Così la Turchia sta lentamente imponendo controlli sui capitali, che fuggono

Nuove misure non convenzionali in Turchia per arrestare la fuga dei capitali. Colpiti gli acquisti di valuta estera e le banche sono "invitate" dal governo ad acquistare più titoli di stato.

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Nuove misure non convenzionali in Turchia per arrestare la fuga dei capitali. Colpiti gli acquisti di valuta estera e le banche sono

L’authority bancaria in Turchia ha imposto ieri agli istituti di regolare gli acquisti di valuta straniera di almeno pari a 100.000 dollari dopo 24 ore, non in giornata come accade ordinariamente. La decisione è evidentemente tesa a scoraggiare la domanda di valuta estera da parte di famiglie e imprese turche, le quali quest’anno ne hanno acquistata per un controvalore pari a 20 miliardi, salendo a oltre 181 miliardi, a un soffio dal record toccato a marzo.

La lira turca ha perso oltre un quarto del suo valore contro il dollaro nell’ultimo anno e ciò sta inducendo sempre più i risparmiatori a puntare sui depositi in valuta, al fine di proteggersi dal rischio di cambio e dall’alta inflazione, esplosa a un massimo di oltre il 25% nell’ottobre scorso e ancora nei pressi del 20%.

Lira turca ancora giù e per i bond sovrani ulteriori crolli

Nei giorni scorsi, sempre le autorità finanziarie di Ankara avevano comunicato l’imposizione di un’aliquota dello 0,1% sulle cessioni di lire turche, anche in questo caso per frenare lo scivolamento progressivo sui mercati valutari. Alla fine di marzo, a ridosso delle elezioni amministrative, fece scalpore e creò apprensione tra i trader l’impossibilità di accedere alle lire, dopo che alle banche domestiche era stato ordinato di ridurre all’osso la loro vendita agli investitori stranieri, così da rendere impossibile la chiusura delle posizioni ribassiste. I tassi “swap” sul monetario esplosero a oltre il 1.300% e fu il segno di un’anomalia, che il ministro dell’Economia e genero del presidente Erdogan, Berat Albayrak, promise allora che avrebbe adottato nuovamente in casi eccezionali.

Ed è sempre di questi giorni la richiesta – un ordine sotto mentite spoglie – del governo alle banche turche di partecipare più attivamente alle aste del debito pubblico di Ankara. La ragione di tale appello è semplice da capire: i rendimenti sovrani stanno esplodendo, con i biennali a segnare +650 punti base quest’anno, attestandosi in area 24,5%, avendo toccato nei giorni scorsi il record del 26,2%. I decennali si aggirano a poco meno del 20%, anch’essi in forte ascesa da mesi.

La quota di debito detenuta dagli investitori stranieri risulta scesa al 13% dal 28% a cui era arrivata nel 2013. Solo quest’anno, avrebbero venduto bond per 2,6 miliardi di dollari.

Cresce la sfiducia dei mercati

E in aprile, il governo è riuscito a rifinanziarsi sui mercati per 14,6 miliardi di lire, meno dei 15,9 dell’obiettivo. Un segnale preoccupante per un’economia, sulla quale pende la crescente sfiducia degli investitori internazionali, oltre che degli stessi turchi. Da tempo, il presidente Erdogan invita i suoi connazionali a convertire i depositi in lire per sostenere il cambio, ma stavolta l’appello non sembra essere seguito. Di questo passo, chi potrà mai scartare l’ipotesi che, a un certo punto, tale conversione diventi coattiva? Nel frattempo, sempre il governo punta a mettere le mani su 40 miliardi di lire a bilancio della banca centrale per coprire il deficit fiscale, atteso per quest’anno a non meno di 80 miliardi per via della recessione economica in corso e dell’aumento della spesa pubblica per cercare di arrestarla.

La crisi in Turchia si aggrava e riguarda l’Europa da vicino

Non si possono nemmeno escludere ulteriori passi non convenzionali da qui al 23 giugno, data in cui verranno ripetute le elezioni comunali a Istanbul, vinte dall’opposizione repubblicana del Cnh, ma annullate dalla Corte Suprema Elettorale su istanza proprio del partito di Erdogan, l’Akp. Qualora il cambio dovesse scivolare ulteriormente rispetto all’attuale 6,06 contro il dollaro, non sembra improbabile che Ankara reagisca come due mesi fa. Proprio queste misure restrittive della libera circolazione dei capitali contribuiscono ad accrescere la sfiducia verso la Turchia, che da modello liberale del primo decennio di governo Erdogan, in poco tempo si è trasformata in un mercato a rischio per gli investitori esteri. Si consideri che JP Morgan sia stata sottoposta ad indagini per avere pubblicato poche settimane fa un report, in cui invitava i clienti a vendere lire sulle aspettative ribassiste riguardo al cambio.

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