La crisi in Turchia si aggrava e riguarda l’Europa da vicino, lira al collasso

L'America pone fine al trattamento privilegiato per le importazioni dalla Turchia e i problemi di Ankara rischiano di aggravarsi, pesando anche sull'economia europea.

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L'America pone fine al trattamento privilegiato per le importazioni dalla Turchia e i problemi di Ankara rischiano di aggravarsi, pesando anche sull'economia europea.

Nuovo capitolo nella crisi delle relazioni diplomatiche tra Turchia e USA. Ieri, la Casa Bianca ha rilasciato un comunicato, in cui annunciava che da oggi i prodotti importati da Ankara non saranno più soggetti al “Generalized System of Preferences”, istituito nel 1975 e che consente a tutt’ora a una novantina di paesi in via di sviluppo di vendere in America senza essere oggetto di dazi.

Per contro, lo stesso governo americano ha dimezzato dal 50% al 25% i dazi imposti lo scorso anno sull’acciaio turco, notando come da allora le importazioni dal paese siano crollate del 48%. Nel 2017, l’America aveva importato dalla Turchia beni sottoposti al trattamento preferenziale per un valore di 1,66 miliardi su un totale di 9,4 miliardi in tutto.

Lira turca ancora giù e per i bond sovrani ulteriori crolli a medio e lungo termine

Quella di Donald Trump è una evidente ritorsione contro la decisione del presidente Erdogan di acquistare dalla Russia missili per la difesa aerea S-400, pur essendo la Turchia uno stato membro della NATO. Non è un buon segnale per i mercati, tanto che sempre ieri Moody’s ha lanciato l’allarme “downgrade”, citando tra l’altro le difficili relazioni con l’America tra i fattori di rischio per il debito turco, a cui assegna rating “Ba3” con outlook negativo. Proprio le tensioni USA-Turchia sul caso dell’arresto nel 2016 del pastore evangelico Andrew Brunson concorse lo scorso anno a fare precipitare la lira turca sui mercati valutari.

La crisi turca

La Turchia formalmente non sembrerebbe avere alcun problema di debito sovrano, dato che il suo rapporto con il pil si attesta a meno del 30%. Il problema è che buona parte di esso è denominato in valuta straniera, principalmente dollari ed euro, e complessivamente l’intera economia è esposta verso l’estero, tanto che entro un anno da oggi si troverà a pagare debiti in valuta per 180 miliardi di dollari, mentre le sole imprese hanno preso a prestito 300 miliardi.

Pur a fronte di riserve valutarie a poco meno di 140 miliardi, la tensione esiste.

Anche perché la politica economica sempre meno ortodossa di Ankara spaventa i mercati. L’altro giorno, il governo ha richiesto alla banca centrale 40 miliardi di lire (5,85 miliardi di euro) delle sue riserve legali, quando già a gennaio aveva beneficiato di un altro assegno da 37,6 miliardi con un anticipo di 3 mesi rispetto alla tabella di marcia ufficiale. Si tratta di riserve che l’istituto accantona per le fasi di emergenza e alle quali Erdogan intende mettere le mani in misura crescente per tamponare il deficit fiscale, atteso per quest’anno intorno agli 80 miliardi (quasi 10 miliardi di euro).

La crisi turca arriva in banca

I rendimenti sovrani sono letteralmente esplosi, con i decennali al 18,5% e i biennali al 24,5%. La lira ha perso quest’anno un altro 15% dopo il -28% accusato contro il dollaro nel 2018, attestandosi a un cambio superiore a 6 e rendendo sempre più oneroso per lo stato, le imprese e le famiglie onorare le scadenze in valuta estera. Il problema della Turchia è che sin dagli anni Ottanta la sua economia va avanti a colpi di finanziamenti esteri, non essendo stata capace di creare un mercato domestico dei capitali adeguato, evidentemente a causa dei risparmi insufficienti del settore privato, anche alla luce di una politica monetaria tesa a sostenere i consumi e che sta allontanando da anni gli stessi capitali esteri.

L’impatto sull’Europa

Guai a pensare che l’economia turca non ci riguardi. I 28 stati dell’Unione Europea nel 2018 vi hanno esportato beni e servizi per 90 miliardi di euro, importandone per un valore altrettanto uguale. La Turchia pesa per circa il 4,5% delle nostre esportazioni complessive e rappresenta per noi il quarto mercato di sbocco. La riduzione del deficit commerciale nel paese sta avvenendo tramite il crollo delle importazioni e un timido miglioramento delle esportazioni, quest’ultimo trainato anche dal tonfo del cambio. A marzo, ad esempio, la Turchia ha importato dall’estero per 17,6 miliardi di dollari, il -17,8% su base annua. Negli ultimi mesi dello scorso anno, il segno meno viaggiava tendenzialmente a -25%.

E’ un problema per noi europei che la Turchia, a quattro passi dai nostri confini, rischi di collassare economicamente, quando già le tensioni commerciali tra USA e Cina da una parte e il fattore Brexit dall’altro incombono già come rischi per la nostra economia orientata all’export. Non è un mistero che la stessa brusca frenata del pil tedesco sia stata in parte dovuta anche alle convulsioni turche. Già nel 2018, ad esempio, le merci UE esportate verso Ankara hanno subito un buon -15% (-12,6 miliardi). E le tensioni politiche sulla ripetizione delle elezioni comunali a Istanbul il 23 giugno, dove a fine marzo aveva vinto un sindaco dell’opposizione, non fanno che indisporre i mercati, timorosi che l’agenda delle riforme economiche venga ignorata in piena recessione e che l’indipendenza residua della banca centrale sarà del tutto azzerata. E più la lira collassa, maggiori i rischi commerciali per la stessa Europa.

Lira turca ai minimi da 7 mesi sulle elezioni annullate a Istanbul, Erdogan vince il ricorso

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