‘Coronavirus nato nel laboratorio cinese di Wuhan’, così l’America prepara la guerra commerciale

L'America parla di "numerose prove" che dimostrerebbero l'origine del Covid-19 dal laboratorio di Wuhan, pur smentendo che si tratti di un virus creato dall'uomo. E la tensione con la Cina sale, in vista del dopo-emergenza.

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Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha dichiarato nel fine settimana di possedere ormai “numerose prove” che dimostrerebbero come il Coronavirus abbia avuto origine dal laboratorio cinese di Wuhan, la regione in cui esplose la pandemia probabilmente già negli ultimi mesi del 2019. Al contempo, ha negato che il virus sia stato creato dall’uomo, smentendo alcune ricostruzioni di stampa per le quali sarebbe il frutto di una modificazione genetica, forse a scopo sperimentale. Prima di Pompeo ci aveva pensato il presidente Donald Trump a rincarare la dose contro Pechino, sostenendo che il suo governo si comporterebbe da “regime autoritario”, impedendo tra l’altro agli scienziati di capire cosa sia davvero successo in Cina. E non ha lesinato critiche alla stampa americana, che ha definito “burattini in mano ai cinesi”.

Parole pesanti, che arrivano dopo che lo stesso Trump aveva dichiarato pubblicamente che la Cina starebbe facendo di tutto per fargli perdere le elezioni presidenziali del prossimo novembre, come emergerebbe dal suo comportamento di questi mesi. In sostanza, la linea della Casa Bianca sembrerebbe chiara: attaccare la Cina e denunciare le sue responsabilità sulle cause della pandemia, nonché una certa connivenza dei media verso Pechino.

Non si tratta semplicemente di una manovra elettoralistica, quanto di quella che potremmo definire a tutti gli effetti la Fase 2 del riassetto delle relazioni commerciali USA-Cina. Il giorno prima che arrivasse l’annuncio ufficiale sulla diffusione del Coronavirus nella regione di Wuhan, Washington e Pechino avevano sottoscritto un accordo commerciale per la “Phase One”. Esso ha consentito ai cinesi di esportare negli USA altri 120 miliardi di dollari di beni senza dazi, mentre agli americani in Cina per 75 miliardi.

In più, il governo cinese si è impegnato ad aumentare le importazioni dagli USA di 200 miliardi di dollari all’anno, specie per l’acquisto di prodotti agroalimentari.

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La Fase 2 dell’accordo USA-Cina non sarà quella immaginata

Lo scorso anno, complessivamente Trump aveva imposto dazi su merci e servizi cinesi per 360 miliardi di dollari, al fine di pretendere che la Cina gli concedesse un accordo commerciale meno squilibrato, a suo dire, dato che gli USA ogni anno registrano un passivo con la Cina di ormai oltre 350 miliardi, circa il 60% del totale. Ebbene, Wall Street non ebbe nemmeno il tempo di festeggiare che a gennaio è arrivata la notizia del Coronavirus e dopo avere toccato i massimi storici a febbraio, ha ripiegato a marzo di un terzo, risalendo parzialmente ad aprile. Nel frattempo, l’economia americana ha posto fine alla sua più lunga espansione, cadendo nella sua più grave recessione di sempre.

Insomma, “Phase One” del tutto oscurata e, soprattutto, non aspettiamoci alcuna “Phase Two” o almeno non nella direzione che avrebbe dovuto assumere secondo il percorso immaginato dai due governi. Trump userà la pandemia come un’arma per contenere il Dragone sul piano economico, finanziario e geopolitico. Superata l’emergenza, Pechino sarà messa alle strette per assumersi la responsabilità quanto meno della cattiva gestione iniziale del Coronavirus, se è vero che ne avrebbe dato comunicazione al mondo dopo almeno un mese dai primi morti accertati, facendo perdere tempo prezioso a tutti gli altri paesi per reagire al meglio e, soprattutto, non contenendo la pandemia entro i confini regionali o nazionali.

Già nelle scorse settimane nel mirino della Casa Bianca c’era finita l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui gli USA hanno sospeso i finanziamenti per le gravi carenze mostrate nella prima fase, fino alla dichiarazione ufficiale dell’emergenza pandemica a marzo, quando i buoi erano già scappati dalla stalla. Adesso, l’obiettivo si sposta esplicitamente e direttamente sul presidente Xi Jinping e il suo regime.

Non aspettiamoci un vero processo, una Norimberga sanitaria davanti a un qualche tribunale internazionale, semmai un forte inasprimento delle relazioni diplomatiche e commerciali e un ripensamento della globalizzazione ai danni della Cina.

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“Guerra” commerciale dopo l’emergenza

Stavolta, Trump vorrà che l’Europa, il Giappone, l’Australia e il Canada, cioè tutti i principali alleati avanzati dell’America, gli stiano accanto per sferrare il colpo fatale al Dragone. Per quanto fosse un suo obiettivo dichiarato sin dalle scorse presidenziali, il Coronavirus gli ha offerto su un piatto d’argento l’occasione della storia di offrire al mondo ricco una prospettiva diversa nella gestione dei processi di globalizzazione, passando dalla rassegnata remissività odierna a una più spiccata capacità di riprendere in mano le redini del proprio destino. La delocalizzazione che ha reso la Cina il mercato manifatturiero del mondo così come l’abbiamo conosciuta forse è già morta, perché la stessa crisi di questi mesi dimostra come sia indispensabile non essere eccessivamente dipendenti da paesi, che peraltro non condividono nemmeno la stessa carta dei valori su cui si fondano le liberal-democrazie.

La Cina ha sfruttato il mercato per attirare capitali e produzione dal resto del mondo senza offrire a nessun altro paese parità di condizioni nell’accesso al proprio mercato. Se questo era noto, adesso sembra inaccettabile che abbia nascosto per mesi l’epidemia che si stava diffondendo sul suo territorio e, stando alle ricostruzioni americane, in conseguenza di un virus sfuggito a un suo laboratorio, di fatto costringendo successivamente il pianeta a chiudersi, provocando un’implosione totale dell’economia globale, forse innescando una crisi di durata non così breve come si pensa, qualora il Coronavirus dovesse inabissarsi per rispuntare in autunno con una seconda ondata. Il mondo rischia una seconda Grande Depressione, a distanza di quasi un secolo da quella mai dimenticata e che tante tensioni generò all’interno degli e tra gli stati.

I mercati non stanno scontando uno scenario di tensioni politico-commerciali per il dopo-Coronavirus, concentrati come sono sull’emergenza. Gli stimoli monetari e fiscali senza precedenti di USA, Europa e Giappone, in particolare, stanno sostenendo l’umore degli investitori, “drogando” le quotazioni azionarie e obbligazionarie. Il gioco durerà fino a quando non dovessimo scoprire che la ripresa a V tanto auspicata e scontata lascerà probabilmente il posto a una a L, anche in conseguenza del dovuto rispetto di regole come le distanze sociali, le quali impediranno a interi settori di rimettersi in moto a pieno regime. Si pensi al turismo, all’intrattenimento e alle attività commerciali. E il colpo inferto all’economia mondiale non potrà rimanere impunito, specie se emergeranno responsabilità più o meno evidenti del regime cinese. Si fa presto a parlare di rimbalzo del pil. La sensazione è che il mondo non tornerà forse mai a com’è stato fino agli inizi di quest’anno, che si vada verso un regolamento internazionale dei conti.

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