Perché l’allarme Coronavirus a Trump, fino a un certo punto, conviene

Il presidente Trump chiede 2,5 miliardi di dollari per affrontare l'emergenza Coronavirus e Wall Street reagisce male allo scenario di una epidemia anche negli USA. Ma alla Casa Bianca questo clima, se non degenera, conviene.

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Il presidente Trump chiede 2,5 miliardi di dollari per affrontare l'emergenza Coronavirus e Wall Street reagisce male allo scenario di una epidemia anche negli USA. Ma alla Casa Bianca questo clima, se non degenera, conviene.

E anche Donald Trump si muove contro il Coronavirus, non escludendo che il virus cinese attecchisca sul territorio americano e chiedendo per combatterlo 2,5 miliardi di dollari al Congresso per affrontare l’emergenza, di cui uno per finanziare la ricerca per il vaccino. La paura sta contagiando Wall Street, con l’indice S&P 500 che dai massimi storici toccati il 19 febbraio scorso ha perso fin quasi il 9%. In teoria, una brutta notizia per la Casa Bianca, dato che l’inquilino punta alla rielezione al voto del prossimo 5 novembre. In realtà, un po’ di allarme a Trump non dispiace. Vi spieghiamo perché.

Da quando l’economia americana è tornata a crescere nel lontano inizio 2009, la borsa di New York si è ripresa e da allora l’S&500 ha segnato un rialzo impressionante del 325%. Gli analisti finanziari sostengono che le azioni americane inizino ad essere un po’ troppo care, ma di segni di ripiegamenti non se ne vedono. Oltre tutto, a distanza di 11 anni dalla fine dell’ultima recessione, il pil USA continua a crescere, pur avendo rallentato rispetto ai ritmi veloci del 2018-inizio 2019.

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Il boom “controllato” di Wall Street

Ma il rally incessante non è qualcosa di cui compiacersi, perché al minimo cenno eventuale di affanno della prima economia mondiale, le vendite a Wall Street rischiano di essere così copiose e repentine, da far scoppiare il mercato azionario, mandandolo in crisi e travolgendo la stessa economia, date le dimensioni della finanza a stelle e strisce e la diffusione dei suoi strumenti tra le famiglie. L’ultima cosa che Trump desidera sarebbe che la borsa gli crollasse prima di novembre.

Non solo verrebbe meno uno degli argomenti forti della sua campagna elettorale, ma l’impatto rischierebbe di essere duro e immediato anche sulle tasche degli americani, i quali gli farebbero pagare dazio.

Per questo, al tycoon torna utile tutto ciò che freni il rally, anzi che lo sospenda per un po’, facendolo ripartire successivamente. Un modo per guadagnare tempo e consentire al mercato di muoversi per mesi attorno a quotazioni accettabili e non considerate troppo eccessive. C’è persino chi crede, ad esempio, che questa strategia Trump l’abbia messa in atto sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, attraverso la pioggia di “tweet” spesso dal tenore contrastante tra loro in brevissimo tempo, come quando nei mesi scorsi ha prima allarmato i mercati sulle relazioni commerciali con la Cina, salvo rassicurarli nelle settimane successive, e così via.

L’effetto di queste dichiarazioni apparentemente frutto di emotività o di un atteggiamento incauto sarebbe stato quello di far oscillare gli indici azionari americani attorno a valori sotto controllo, pur senza che il trend crescente venisse perduto, semmai frenato. Quando sono stati raggiunti diversi picchi, ecco che Trump è intervenuto a sgonfiarli con azioni e dichiarazioni che hanno generato paura tra gli investitori, mentre quando le vendite erano risultate già abbondanti, lo stesso è tornato a profondere ottimismo, agevolando la ripresa dei prezzi. Non stiamo certo dicendo che la sua sia una tecnica certa ed eventualmente infallibile, quanto che l’allarme Coronavirus, tenuto a bada, gli tornerebbe utile.

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Il fattore Bernie

Dalla sua, ha anche un alleato insospettabile: Bernie Sanders. Il candidato democratico, che corre per la nomination del suo partito in vista delle elezioni presidenziali, primeggia nei sondaggi contro tutti gli avversari interni e già ha ottenuto 45 delegati, 20 in più del secondo arrivato, il semi-sconosciuto Pete Buttigieg, sindaco di una piccola cittadina dell’Indiana. Trump tifa apertamente per lui, tanto da avere twittato che i Democrats starebbero cercando di sottrargli la vittoria con un complotto per la seconda volta, riferendosi al precedente del 2016, quando il senatore “socialista” indipendente del Vermont perse la sfida contro Hillary Clinton.

A Trump piacerebbe avere come sfidante un politico che fa paura a parte dello stesso elettorato di sinistra, in quanto considerato troppo estremista, se non un vero comunista. Egli propone di tassare i redditi alti, di porre un tetto ai prezzi dei farmaci e di assicurare a tutti la sanità pubblica, ponendo fine sostanzialmente al sistema delle assicurazioni private, nonché di riallacciare i rapporti con Cuba. Sarà per questo che il sotto-indice “healthcare” dell’S&P 500 abbia perso il 6,5% in poche sedute, quando per effetto del Coronavirus avrebbe dovuto reggere bene e finanche segnalare corposi rialzi?

Wall Street ha paura della nomination a Sanders e nel caso in cui i cali azionari iniziassero a sfuggire di mano, Trump potrebbe sempre ribattere che ciò stia avvenendo proprio per colpa del suo probabile rivale nella corsa alla Casa Bianca. Oggi, gli elettori democratici votano nella Carolina del Sud, mentre tra tre giorni si tiene il “Super Tuesday”, al termine del quale i caucus di 14 stati invieranno i loro delegati alla Convention. Ore decisive per capire se davvero Bernie ce la possa fare. Trump tifa per lui, e tra un po’ di paura per il Coronavirus e quella per un presidente socialista, ritiene di avere buone carte da giocarsi per la sfida già in corso. Nel frattempo, i rendimenti a 10 anni ai minimi storici – scesi all’1,30%, mercoledì – agevolano i suoi piani per tagliare le tasse per una seconda volta in deficit. E sempre prima delle elezioni, stavolta a beneficio del solo ceto medio, quello che fa la differenza ai seggi.

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