Il Coronavirus è la tempesta perfetta che pone fine alla globalizzazione?

La globalizzazione dei mercati è percepita a rischio con l'emergenza Coronavirus. Vediamo cosa sta accadendo con la pandemia che ha avuto origine in Cina.

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La globalizzazione dei mercati è percepita a rischio con l'emergenza Coronavirus. Vediamo cosa sta accadendo con la pandemia che ha avuto origine in Cina.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente definito il Coronavirus una “pandemia”. Quella che inizialmente era stata scambiata dai governi come una normale influenza si è rivelata qualcosa di più grave. L’epidemia ha avuto origine in Cina, nella città di Wuhan, capitale di Hubei, provincia da 11 milioni di abitanti e che ospita il 60% delle prime 500 multinazionali al mondo. Lo stop alle attività imposto dalle autorità di Pechino e la quarantena forzata per tutti i residenti hanno fermato la produzione nell’area, interrompendo la catena produttiva. Migliaia e migliaia di aziende di tutto il mondo ne hanno subito risentito le conseguenze, non essendo a loro volta capaci di produrre, a causa delle mancate consegne dei fornitori.

Emergenza Coronavirus, Cina in guerra contro la crisi dell’economia

Ma a propagarsi non sono stati solo i disservizi in fase di produzione, quanto anche l’epidemia stessa. L’Italia è stato il primo stato dell’Occidente a subire il contraccolpo più forte, dovendo prima chiudere le “zone rosse” in cui si erano concentrati i casi iniziali, successivamente gran parte del Centro-Nord e subito dopo l’intera Nazione, fino alla decisione di mercoledì sera del governo di vietare quasi tutte le attività commerciali non strettamente necessarie alla sopravvivenza. La tensione è altissima nel resto d’Europa e negli stessi USA, dove il presidente Donald Trump ha sospeso i voli dall’Europa per un mese, mentre le autorità locali già varano provvedimenti anti-assembramenti.

Una emergenza locale si è trasformata in un collasso economico mondiale. Eppure, la SARS a inizio millennio aveva mietuto più vittime in Cina, senza che avesse provocato alcunché di dannoso nel resto del pianeta. La differenza con allora risiede tutta nella maggiore integrazione tra le economie, con quella cinese ad avere nel frattempo assurto a leader mondiale della manifattura.

In pratica, non esiste multinazionale che non produca almeno in parte in Cina, beneficiando sia dell’abbondante manodopera a basso costo, sia di condizioni molto più favorevoli sul fronte dei diritti sindacali, della tutela dell’ambiente, della salute dei lavoratori e pubblica, etc.

L’impatto del Coronavirus sulla globalizzazione

L’emergenza Coronavirus ci sta facendo comprendere come il mondo sia più interconnesso di quanto già immaginassimo. Un battito d’ali a Pechino ha provocato una tempesta in Europa. Sarà la fine della globalizzazione? Con questo termine, s’intende che merci, servizi, capitali e sempre più anche le persone possono circolare liberamente e senza quasi barriere tra stato e stato. I dazi sono stati ridotti o spesso annullati, mentre i controlli sui capitali perlopiù soppressi o minimizzati. Ciò ha consentito alle economie più povere di attingere a un mercato dei consumi e dei capitali praticamente globale per esportare e a quelle più ricche di acquistare a costi sempre più bassi e a delocalizzare le proprie produzioni per mantenersi competitive.

I malumori non sono mancati e con la crisi finanziaria del 2008 sono esplosi proprio nel ricco Occidente, dove la classe media avverte ogni giorno di più la minaccia di perdere il benessere conquistato in decenni di progresso. L’elezione di Donald Trump nel 2016 suggellò proprio questo desiderio crescente in strati ampi della popolazione americana di reagire alla perdita di quote di manifattura a favore delle economie emergenti, Cina in testa. E ben prima che arrivasse il Coronavirus come un fulmine a ciel sereno, l’America aveva intrapreso una sorta di “guerra” commerciale con Pechino a colpi di dazi, ironia della sorte stringendo un primo accordo il giorno prima che la Cina ammettesse l’esistenza dell’epidemia sul suo territorio.

Come Trump sta riscrivendo la globalizzazione senza che l’Europa tocchi palla

La stessa Brexit, avvenuta ufficialmente a fine gennaio, altro non è stata che la volontà del Regno Unito di rifuggire dalla retorica del mercato unico europeo per combattere in solitaria e cercare di vincere la sfida della globalizzazione senza orpelli sovranazionali, quelli a cui da venti anni a questa parte si è ricorso con sempre maggiore frequenza per cercare di dirimere le controversie internazionali e di adottare legislazioni uniformi secondo la logica del “one size fits all”.

Dunque, la globalizzazione era già in crisi “ideologica” prima del Coronavirus, ma di certo l’epidemia si è inserita a pieno titolo nel dibattito, provocando una tempesta perfetta.

Che fine farà la globalizzazione?

Comunque la si pensi, almeno temporaneamente i movimenti transnazionali si sono ridotti, per non dire letteralmente crollati. In pochi ormai si spostano di stato in stato per lavoro, ancora meno come turisti. Le merci formalmente continuano a soggiacere alle medesime condizioni normative, ma da un paio di mesi hanno in gran parte smesso di fluire dall’Asia ad Europa e Nord America. La Cina ha scoperto di non avere futuro senza consumatori occidentali, l’Occidente di non riuscire a produrre nemmeno più una penna senza la Cina. Non sono pochi i manager americani ad essere rimasti scioccati nei giorni scorsi, quando hanno scoperto che parte della produzione delle società che gestiscono avviene in Cina, attraverso la rete dei fornitori e dei subappalti.

Difficile immaginare che la globalizzazione, intesa come mentalità aperta agli spostamenti fisici e tendenza a considerare il pianeta un unico spazio in cui produrre, viaggiare e vendere, possa finire a causa di un qualche decreto governativo o di una pur grave epidemia. Tuttavia, già Trump sta cercando di “de-globalizzare” da tempo l’economia mondiale, non per tornare alla dimensione degli stati-nazione, bensì alla logica della regionalizzazione dei processi produttivi. In sostanza, le imprese verrebbero spinte a produrre nell’area economicamente omogenea e all’interno della quale si trova lo stato di appartenenza. Per fare un esempio, le imprese italiane andrebbero in Romania o in Germania, non in Cina.

E quelle americane si sposterebbero in Canada, nella stessa Europa, non nel Vietnam o Cina.

De-globalizzazione: il mondo commerciale ha inserito la retromarcia

Non sappiamo se questo tentativo andrà in porto, ma è in atto. E il Coronavirus sarà presto il pretesto su cui fare leva sulle opinioni pubbliche per far partire da esse stesse la domanda di una nuova globalizzazione, che per molti assumerebbe tratti più umani, dato che il pianeta verrebbe suddiviso in macro-aree al loro interno economicamente omogenee, dove la concorrenza tra imprese e persino fiscale, normativa e burocratica sarebbe meno intensa. In un certo senso, sarebbe come ammettere che la globalizzazione porti con sé l’effetto indesiderabile di “cinesizzare” gli occidentali e di “occidentalizzare” i cinesi.

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