Baby pensionati, l’Italia che insegue il sogno dell’uscita dal lavoro

Le pensioni sono il solito tormentone italiano, soluzione immaginata per ogni problema della nostra economia. E si arriva a invocare il diritto di uscire dal lavoro anche dai 50 anni in poi.

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Le pensioni sono il solito tormentone italiano, soluzione immaginata per ogni problema della nostra economia. E si arriva a invocare il diritto di uscire dal lavoro anche dai 50 anni in poi.

Qualche sera fa, mi sono imbattuto quasi per caso nella trasmissione in prima serata “Quarta Repubblica” su Rete 4, egregiamente condotta da Nicola Porro, giornalista mai banale e tra i pochi della carta stampata italiana autenticamente liberale. Il tema affrontato riguardava le pensioni, ovvero aspettative degli italiani soddisfatte o tradite da parte del governo Conte con la ormai celeberrima “quota 100”. Sembrava di assistere a un rovesciamento delle parti, allorquando sul banco degli imputati vi è finito l’esponente della maggioranza, accusato da cittadini comuni e qualche rappresentante sindacale di non avere mantenuto le promesse elettorali, impedendo a chi di diritto di andare in pensione.

In sostanza, come se Lega e Movimento 5 Stelle fossero la Elsa Fornero di turno.

Particolarmente istruttivo è stato il caso di un lavoratore di Bassano Del Grappa, 54 anni (55 anni da compiere tra alcuni mesi), che vanta al suo attivo già ben 40 anni e 7 mesi di contributi previdenziali versati, avendo iniziato a lavorare all’età di 13 anni, pur in nero fino ai 15 anni. L’operaio, che giustamente lamentava una vita di fatiche, non poté andare a scuola da giovane, dovendo contribuire al mantenimento di una famiglia numerosa, ovvero madre casalinga, padre operaio e altri 5 fratelli. Sono storie, purtroppo, molto diffuse in Italia, specie al sud. Ma il Veneto di 40 o 50 anni fa, in effetti, era un po’ il sud del nord, economicamente assai indietro rispetto a realtà come Lombardia e Piemonte.

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Il “diritto” alla pensione a 50 anni

L’uomo ha dichiarato di sentirsi preso per i fondelli (ha utilizzato il termine con la “c” in studio) da questo governo, il quale consentirà sì ai lavoratori di andare in pensione con requisiti meno stringenti rispetto a quelli previsti dalla legge Fornero, ma solo se si raggiungono i 100 anni tra età anagrafica e contribuzione versata. E lui, che di anni ancora ne ha meno di 55, per arrivare a 100 dovrebbe attendere altri 4 anni. In realtà, un rapido calcolo lo smentisce: tra un paio di anni, l’uomo compirebbe 57 anni e continuando a lavorare, per allora avrà raggiunto anche i 43 anni di contributi, per cui andrebbe in pensione con quota 100.

Anzi, lo stesso esponente del governo gli ha spiegato che gli basterà attendere i 42 anni e 10 mesi di contributi per andare in pensione anticipata con le norme vigenti, quelle della stessa Fornero.

L’uomo non ha voluto sentire ragioni, perché a suo dire, dopo avere perso l’opportunità di studiare, oggi vorrebbe tornare tra i banchi di scuola. Obiettivo nobilissimo, per carità. Ci auguriamo tutti sinceramente che il suo sogno possa realizzarsi quanto prima. Il punto è un altro. Può esservi un’Italia che ancora oggi recrimina per l’impossibilità di uscire dal lavoro a 54-55 anni? Parrebbe proprio di sì, tanto che nemmeno l’allentamento delle regole previdenziali da parte dell’attuale esecutivo giallo-verde soddisferebbe tutti. E’ una mentalità assai pericolosa, perché se appare da un lato più che legittimo pretendere che la legge Fornero del 2011 venga resa flessibile nella parte in cui costringe tutti, uomini e donne, ad andare in pensione a 66 anni e mezzo, indifferentemente dal tipo di lavoro svolto – e una cosa è lavorare sui ponti, un’altra dietro la scrivania di un ufficio con aria condizionata tutto l’anno – altra cosa sarebbe invocare il diritto alla pensione a qualsiasi età.

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Tante pensioni e pochi lavoratori

Un altro ospite, stavolta donna, inveiva contro il governo, sostenendo che i soldi per mandare in pensione tutta la platea potenziale massima stimata in 800.000 lavoratori, esisterebbero, in quanto questi hanno versato i contributi. Avrebbe ragione, se fossimo in un sistema privatistico, in cui i contributi versati venissero investiti per accrescere l’importo da erogare da una certa età in poi su richiesta e per un ammontare periodico deciso sulla base di criteri di pura capitalizzazione. Ma l’INPS, ahi noi, non funziona così. I contributi che ogni mese un lavoratore versa non vengono accantonati per essere investiti in suo favore, bensì spesi per pagare gli assegni degli attuali pensionati.

E’ il sistema a ripartizione, un meccanismo divenuto infernale, una trappola con l’invecchiamento della popolazione, visto che di decennio in decennio, il numero di coloro che lavorano e pagano tende a diminuire o a crescere meno velocemente di quello dei pensionati da sostenere.

In Italia, di lavoratori pubblici e privati, dipendenti e autonomi, ve ne sono poco più di 23 milioni, a fronte di una platea di pensionati di oltre 16 milioni. Dunque, abbiamo 1,4 paganti per ogni percettore, un rapporto che tende ad abbassarsi per il semplice fatto che ogni anno entrano sul mercato del lavoro meno persone di quanti vadano in pensione, a causa di un crescente squilibrio demografico, dettato dalle basse nascite. A dire il vero, l’Italia, pur con questi numeri in sé positivi – se la popolazione invecchia, è indice di benessere – avrebbe modo di evitare una crisi della previdenza. Come? Aumentando il tasso di occupazione, ancora al 58% contro una media europea di ben 10 punti più alta. In Germania, ad esempio, si oltrepassa il 75%. Per dirla in cifre, se in Italia lavorasse la stessa percentuale di persone tra i 15 e i 64 anni come nel resto d’Europa, avremmo ben 4 milioni di occupati in più. A quel punto, il rapporto tra lavoratori e pensionati salirebbe a 1,7 e ci sarebbe qualche margine per soddisfare le richieste di chi legittimamente ritiene di avere diritto a recuperare quella parte perduta della propria esistenza, quando l’adolescenza venne sottratta agli studi, persino spesso di base, per lo stato di bisogno delle famiglie.

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Il dramma del lavoro

Anziché puntare su come mandare in pensione il maggior numero di persone, anche a un’età obiettivamente insostenibile per un sistema previdenziale pubblico, bisognerebbe interrogarsi su quali siano le cause di una occupazione così maledettamente bassa, se è vero che solamente 23 milioni di italiani su una platea massima di 40 risultino lavorare e solamente altri 2,7 milioni cercano lavoro.

In pratica, la parte “attiva” della popolazione resta sotto i 26 milioni, il 43% dell’intera popolazione (bambini e anziani compresi) e solo il 65% della popolazione in età lavorativa. C’è più di un italiano su tre, insomma, che un lavoro non lo ha e nemmeno lo cerca. In molti casi, trattasi di semplice volontà, come nel caso di molte donne dedite alla famiglia. In molti altri, il non cercare attivamente lavoro è frutto della rassegnazione, che al sud va per la maggiore. Da qui, la platea sterminata delle casalinghe forzate e degli inattivi cronici.

C’è un altro fenomeno assai diffuso, sempre perlopiù nel Meridione, che si chiama lavoro nero. Molti di quei 17 milioni di non occupati, in realtà, un posto ce l’hanno, seppure non in regola e spesso mal retribuito. Meglio di niente, intendiamoci, ma ai fini del dibattito sulle pensioni costituisce un problema gravissimo, perché trattasi di persone che non versano, spesso per decenni o mai, alcun contributo all’INPS, per cui non sostengono gli assegni da questa erogati mensilmente e che, anzi, un giorno avranno verosimilmente diritto a percepirne uno, quello sociale, accrescendo lo squilibrio dei conti. E di fatto, lo stato mantiene con versamenti di natura assistenziale (integrazione al minimo) in tutto o in parte proprio la metà dei 16 milioni di pensionati, segno della bassa contribuzione versata da chi oggi sta in quiescenza. Sono mali storici dell’Italia, a cui i governi nei decenni hanno reagito senza prendere mai di petto la situazione, bensì ricorrendo a palliativi a carico dei contribuenti. Parliamo delle assunzioni di massa al sud nella Pubblica Amministrazione per lenire il fenomeno della disoccupazione, ma anche delle riforme delle pensioni del 1969 e del 1973, quelli che portano il nome rispettivamente del ministro Giacomo Brodolini e del premier Mariano Rumor.

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Le pensioni il rimedio a tutti i problemi in Italia

Nel complesso, l’Italia passò in poco tempo dall’andare in pensione a 65 anni all’uscire dal lavoro anche a poco sopra i 50 anni. Anzi, i dipendenti pubblici beneficiarono della possibilità di riposare già con il versamento di appena 19 anni e mezzo di contributi, ridotti di 5 anni per le donne. Chi poté, lasciò il lavoro anche prima dei 40 anni, magari continuando a lavorare in nero per conto proprio. Ad oggi, i cosiddetti “baby pensionati” vengono stimati in oltre mezzo milione di persone. Per non parlare della facilità con cui si elargirono le pensioni di invalidità come rimedio non già a reali problemi psico-fisici dei richiedenti, quanto per dare sollievo a situazioni di precarietà economica in molte aree del Paese.

Le pensioni sono diventate la soluzione per tutto e anche oggi continuano ad essere percepite quale rimedio a un’economia in stallo da decenni e senza più nemmeno la falsa panacea delle assunzioni statali di massa. Paradossale, poi, che negli ultimi 25 anni, anziché cercare di favorire il settore privato, lo si sia stangato con l’innalzamento di imposte e contributi, nonché accrescendo il peso della burocrazia in ogni fase di vita delle imprese, con il risultato di avere depresso il motore che aveva fatto camminare e, a tratti, correre l’Italia, permettendo allo stato di spendere e spandere e di finanche sfornare milioni di baby pensionati per ragioni di consenso spicciolo. Altro che “boom economico” possibile e vicino, come ha blaterato giorni fa il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio. Con questa mentalità diffusa, per cui a 50 anni o poco più tutti dovremmo poter fuggire dal lavoro per vivere decenni con la pensione, dove pensiamo di andare?

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