La guerra tra USA e Iran potrebbe cessare presto, tant’è che ieri i mercati hanno festeggiato il rumor sul memorandum spedito da Washington a Teheran. Prima ancora che questa vicenda si concluda, è già possibile trarne più lezioni. La prima è senza dubbio la conferma della forte dipendenza energetica dell’Europa, già svelata dalla guerra in Ucraina e ancora prima dalle tensioni ricorrenti con la Russia di Vladimir Putin. Il nostro continente, anche per ragioni geofisiche, risulta essere il ventre molle dell’Occidente. Non avendo autonomia su petrolio e gas, né sulle altre principali materie prime, non può permettersi di scontrarsi con chicchessia nel mondo.
Dipendenza energetica per Europa grossa debolezza
Il confronto muscolare con Mosca si spiega, invece, come una questione di credibilità e sopravvivenza. Il danno patito dal dovere importare il gas a prezzi maggiori è considerato a Bruxelles un rischio calcolato per non soccombere sul piano geopolitico. Ma il punto è che su Hormuz l’Europa è stata più colpita persino di economie asiatiche come Cina, Giappone e Corea del Sud, le quali eppure importano dal Golfo Persico il 75% del greggio e quasi il 60% del gas liquido naturale. La nostra dipendenza energetica si trasforma in strategica nel momento in cui non riusciamo a giocare un ruolo geopolitico autonomo per paura di perdere da un lato l’approvvigionamento e dall’altro i mercati di sbocco.
Credibilità degli Stati Uniti in forse
Gli stessi Stati Uniti non stanno uscendo bene dalla vicenda. Pur essendo esportatori netti di gas, ancora risultano importatori netti di petrolio. Il caro carburante ha indebolito la strategia della Casa Bianca in Iran, costringendo il presidente Donald Trump ad accelerare i tempi del disimpegno per non correre il rischio di un malcontento interno diffuso.
Nello specifico, Hormuz ha svelato le vulnerabilità della superpotenza. Non servono a molto i 1.000 miliardi di dollari all’anno di spesa militare, se poi qualche drone e colpo di artiglieria mettono in ginocchio l’intero pianeta.
Washington sta subendo un’erosione della sua credibilità in Medio Oriente verso gli alleati del Golfo Persico. Da oltre mezzo secolo si fa garante della loro sicurezza, ma la guerra in Iran ha fatto emergere le falle di questo accordo di lungo periodo. L’intervento militare non solo è finito per provocare danni economici elevatissimi agli esportatori di energia, ma esso stesso li ha esposti alle rappresaglie di Teheran, facendo svanire nei casi come gli Emirati Arabi Uniti l’immagine di un’oasi felice (“modello Dubai“).
Verso mondo multipolare
Con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica superpotenza mondiale. La situazione di oggi è cambiata. La Russia è un attore regionale capace di muoversi anche in contesti come Africa e (molto meno) in America Latina. La Cina è diventata la vera avversaria con ambizioni globali per dimensioni economiche, demografiche e capacità diplomatiche. Tant’è che ci stiamo avviando alla fine di questa guerra grazie, almeno in grossa parte, ad un accordo più ampio che il governo americano sta stringendo con russi e cinesi.
Questi sono gli unici a poter controllare o almeno interloquire con regimi come quello iraniano.
La dipendenza energetica ha reso l’Europa un non soggetto geopolitico, insieme all’assenza di visione e all’accentramento crescente dei poteri in mano a una Unione Europea capeggiata da burocrati. E le certezze degli americani si sono scontrati con i fatti. Il mondo non è più unipolare, bensì multipolare. La Cina non si confronta ancora alla pari con gli Stati Uniti, specie sul piano militare, ma è diventata il punto di riferimento per molte economie emergenti all’infuori del blocco occidentale.
Dipendenza energetica e commerciale per Europa tasti dolenti
Il patto “sicurezza contro petrodollari” è stato messo a dura prova dalla chiusura di Hormuz. Questo rappresenta il più grosso rischio di lungo periodo emerso in questi mesi. Gli Stati Uniti dovranno recuperare la fiducia degli alleati nel Golfo per perpetuare la condizione eccezionale di benessere vissuta grazie al “privilegio esorbitante” di stampare dollari. Quanto all’Europa, essi nell’immediato non corrono rischi di una vera rottura delle relazioni transatlantiche. Tuttavia, chiudere il mercato alle importazioni dal Vecchio Continente e al contempo ignorarne la vulnerabilità conseguente alla sua dipendenza energetica può portare ad una reset diplomatico e persino commerciale di lungo periodo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it