Attraccherà al porto di Matanzas nella giornata di domani la nave russa carica di petrolio, Anatoly Kolodkin, diretta nella parte orientale dell’isola di Cuba. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato nelle scorse ore di non avere niente in contrario al fatto che la Russia stia portando aiuti umanitari sull’isola. Sebbene la petroliera sia formalmente sotto embargo da USA, Unione Europea e Regno Unito a causa dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il pattugliamento americano nel Mar dei Caraibi non sta intervenendo per impedire l’attracco.
Petrolio a Cuba dopo mesi con l’assenso di Trump
Si calcola che la nave russa disponga di 730.000 barili di petrolio, un grande sollievo per una Cuba alle prese con blackout quotidiani e letteralmente alla fame.
Trump ha impedito sin dallo scorso mese di dicembre che il Venezuela continuasse ad esportare barili all’isola, come ha fatto per un paio di decennio a prezzi politici. Lo stesso Messico ha inviato l’ultima spedizione agli inizi di gennaio.
L’Avana ha un fabbisogno quotidiano di energia stimato in 100.000 barili, ma ne produce meno di 40.000. Il resto lo deve importare, anche se è a corto di dollari e deve affidarsi agli aiuti dei pochi alleati internazionali. Il Venezuela di Hugo Chavez prima e di Nicolas Maduro fino a pochi mesi fa era tra questi. Prima ancora e fino al collasso del 1991, c’era stata l’Unione Sovietica. Trump non crede che le forniture di petrolio rafforzino la Russia di Vladimir Putin, sostenendo che essa abbia semplicemente deciso di “perdere un carico” e definendo Cuba “un regime finito”.
Sarà un sollievo breve e non immediato
Il sollievo per i circa 9 milioni di abitanti rimasti sull’isola (2 milioni sarebbero espatriati negli ultimi 4 anni e mezzo) non sarà immediato. Dopo l’attracco, ci vorranno 3 settimane per la raffinazione e un’altra per la distribuzione. Né durerà a lungo. I 730.000 barili basterebbero per un paio di settimane. Ma per un’economia che vive ormai alla giornata, già è qualcosa. A fine febbraio, Trump aveva autorizzato le esportazioni di petrolio USA sull’isola, purché gli acquirenti fossero solo soggetti privati. Per quanto il business sembrasse destinato ad esplodere, le cose non sono andate nella direzione auspicata. Probabile che stiano influendo gli accadimenti in Iran. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha fatto esplodere le quotazioni di petrolio e gas, forse riducendo le possibilità per lo stesso settore privato a Cuba di rifornirsi ai prezzi di mercato.
Situazione allo stremo sull’isola
La situazione resta drammatica. I blackout, unitamente ai timori di un possibile intervento militare USA, hanno azzerato il turismo a Cuba, che era l’unica fonte di ingresso di valuta pesante insieme alle rimesse degli emigranti. Con riserve valutarie a secco, le importazioni sono diventate impossibili. E l’isola compra dall’estero l’80% del suo fabbisogno alimentare, mentre la produzione interna collassa tra carenza di fattori produttivi importati (vedi fertilizzanti per l’agricoltura) e mancanza di stimoli per i rigidi controlli statali.
Gli stipendi sono talmente bassi da non consentire neanche la più stretta sopravvivenza. Si aggirano nell’ordine dei 5-10.000 pesos al mese, che al cambio sul mercato nero equivalgono a 10-20 dollari scarsi. Solo che nel frattempo un cartone di uova costa almeno 3.000 pesos (6 dollari) e un litro di latte arriva a 25 dollari, richiedendo la disponibilità di diversi stipendi mensili. Riesce ad andare avanti chi ha parenti all’estero, specie negli USA. E fino a pochi mesi fa, anche coloro che vivevano di turismo, come tassisti, camerieri e guide, tutti pagati in dollari, euro, yen, won, sterline, ecc.

Cuba senza petrolio tratta con Trump
L’arrivo di qualche goccio di petrolio russo a Cuba con l’assenso di Trump non dà inizio ad alcuna fase nuova. Si tratta di una semplice operazione umanitaria, che Washington ritiene indispensabile per arginare il rischio di una vera carestia ad appena 400 km dalle coste della Florida. Il governo americano sta negoziando un accordo con alcuni esponenti del regime comunista, principalmente rappresentato in via ufficiosa da Raulito Castro, pronipote di Fidel. Un’interlocuzione che ha già prodotto qualche risultato: l’isola ha accettato investimenti in imprese privati da parte degli emigranti all’estero. Adesso, la Casa Bianca preme per l’apertura ai capitali stranieri, americani in primis, nelle reti infrastrutturali domestiche. L’obiettivo sarebbe di rovesciare la dittatura convertendo l’economia a un sistema di mercato, svuotando il regime di significato e legittimità residuali agli occhi della sua stessa popolazione.
giuseppe.timpone@investireoggi.it