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Bond Venezuela in rally: il Senato USA punta i riflettori sui rialzi sospetti prima del raid

Prosegue il rally per i bond sovrani del Venezuela e della controllata petrolifera statale. Alcuni rialzi sospetti nel mirino del Senato USA.
30 Marzo 2026
Rally per bond del Venezuela
Rally per bond del Venezuela © Investireoggi.it

Il raid USA del 3 gennaio scorso, che ha portato alla cattura e all’arresto dell’ex presidente Nicolas Maduro, ha dato una scossa ai bond sovrani del Venezuela, in rally insieme a quelli emessi dalla compagnia petrolifera statale PDVSA. I prezzi ormai sono saliti anche oltre i 50 centesimi di dollaro, quando appena un anno fa erano bloccati tra 15 e 20 centesimi. Rialzi significativi, che si giustificano almeno in parte con la schiarita geopolitica a Caracas. Il regime “chavista” è rimasto in piedi, ma ha accettato una sorta di coabitazione con il potere politico americano per la gestione delle risorse petrolifere. Il nuovo capo dello stato è Delcy Rodriguez, numero due di Maduro e che insieme al fratello Jorge, presidente dell’Assemblea Nazionale, è nei fatti il nuovo perno a cui ruota il sistema di potere caraibico.

Rally bond Venezuela da inizio anno

Il bond del Venezuela con scadenza 15 settembre 2027 e denominato in dollari (ISIN: US922646AS37) si acquista oggi per 48,25 centesimi, nettamente in rally dai 30-31 di fine dicembre. La scadenza di agosto 2031 (ISIN: USP17625AD98) si è portata sopra 51,50 centesimi, segnando un boom superiore al 40% da inizio anno. E la scadenza, sempre in dollari, di marzo 2038 (ISIN: USP97475AJ95) sfiora oggi i 41 centesimi, mentre quotava a 27,50 centesimi a fine 2025. Analogo andamento per i bond PDVSA: la scadenza aprile 2027 (ISIN: XS0294364954) vale oggi un terzo del suo valore nominale dai 23 centesimi scarsi di inizio 2026.

Bond Venezuela 2031
Bond Venezuela 2031 © License Creative Commons

Ricordiamo che i bond del Venezuela e di PDVSA sono in default da novembre 2017. E non sono da allora mai realmente iniziate trattative con i creditori internazionali, convocati in qualche occasione solo per ricevere un pacco di cioccolatini e tanti saluti.

Le condizioni finanziarie restano proibitive. Non permettono di sborsare importi ingenti per ripagare il debito estero, stimato in almeno 150-170 miliardi di dollari, compresi gli arretrati spettanti agli obbligazionisti dopo il default tra cedole e capitale. Il Pil andino è stato stimato in meno di 83 miliardi per fine 2025. Per non parlare delle riserve valutarie totalmente a secco.

Estrazioni petrolifere in ripresa

Dopo la cattura di Maduro, però, gli USA si sono impegnati ad investire nella decadente industria petrolifera americana 100 miliardi di dollari con l’obiettivo di riportare le estrazioni ai livelli di un tempo. Serviranno diversi anni per farcela. Nel frattempo, Washington ha sottoscritto un accordo con Caracas per ricevere 2 miliardi di dollari in barili e ai prezzi di mercato. Una prima tranche di 500 milioni risulta già ricevuta. Il presidente Donald Trump ha parlato di un totale di “80 milioni di barili”, ma non si è avuto modo di capirne tempi e modi.

E nelle scorse settimane il Parlamento di Caracas ha approvato una normativa meno stringente sulle partnership con compagnie straniere, ponendo un tetto del 30% alle royalties e acconsentendo alla gestione di operazioni congiunte, pur garantendo sul rispetto del loro espletamento. Un ammorbidimento dopo 20 anni di stretta voluta al tempo da Chavez e concausa forte del tracollo dell’industria.

Vero è che le esportazioni petrolifere del Venezuela sono salite tra dicembre e gennaio da meno di 500.000 a 800.000 barili al giorno. Anche il boom delle quotazioni internazionali con la guerra in Iran dovrebbe aiutare le casse statali del Paese. La banca centrale ha reso noto nei giorni scorsi che il valore delle esportazioni di petrolio nel 2025 è stato di 18,2 miliardi, in leggero calo dai 18,4 miliardi dell’anno precedente. Tra aumento delle esportazioni in volume e dei prezzi, è assai probabile che queste cifre saranno ampiamente superate già nel corso del 2026. Le prospettive per un futuro accordo di ristrutturazione dei bond sta alimentando il rally nel Venezuela, anche se non parliamo di tempi brevi.

Faro su movimenti sospetti

E il Senato USA ha acceso i fari proprio sui movimenti dei prezzi nei giorni appena precedenti il raid anti-Maduro. Alcuni esponenti democratici, tra cui Elisabeth Warren, hanno chiesto alle autorità di vigilanza sui mercati di fare luce su improvvisi rally dei bond del Venezuela e di PDVSA. Ritengono che possano essere avvenuti a seguito della condivisione di informazioni sensibili da parte dell’amministrazione, se non dello stesso presidente. Trump ha ammesso che i piani militari erano stati resi noti a terzi. Che ne abbiano approfittato per fare affari? Si tratterebbe di un caso di “insider trading”, come emergerebbe in queste settimane anche con riferimento al trading sui futures del petrolio dai movimenti sospetti nelle ore immediatamente precedenti ad alcune dichiarazioni della Casa Bianca.

Eppure, non sembrano essersi verificate variazioni anomale o spropositate dei prezzi in quei giorni, quando tra l’altro era di dominio pubblico l’accerchiamento via mare del Venezuela ad opera dei Marines.

Tralasciando questo giallo, il rally dei bond del Venezuela segnala ottimismo riguardo a una possibile svolta futura, pur non imminente. Fino all’autunno del 2023, quando ancora vigeva persino l’embargo USA per il trading sul mercato secondario, i prezzi si erano mossi per anni tra 5 e 10 centesimi. Scontavano non solo forti dubbi circa un negoziato in vista, ma anche l’impossibilità di rivendere i titoli posseduti a terzi, creando enormi problemi di liquidità agli obbligazionisti.

A queste quotazioni, invece, si prospettano guadagni anche per coloro che acquistarono prima del default, generalmente a prezzi tra un terzo e la metà del valore nominale. E se arrivassero i pagamenti anche solo parziali delle cedole arretrate, sarebbe la ciliegina sulla torta; un premio dopo anni di estrema pazienza e pessimismo cosmico.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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