Il petrolio ai massimi da quasi due anni, con il Brent tornato a 90 dollari e in rialzo del 25% rispetto all’ultima seduta prima che scoppiasse la guerra in Iran, rischia di impattare sulle aspettative d’inflazione ancor prima che sui prezzi al consumo stessi. Fare benzina è diventato più costoso tutto ad un tratto e anche il mercato dei bond sta accusando il colpo. Il rialzo dei rendimenti lungo la curva delle scadenze è il segnale che gli obbligazionisti pretendono di più per garantirsi dalla possibile accelerazione nel ritmo di perdita del potere di acquisto. Ed è monitorando gli indicizzati che possiamo meglio comprendere come si stia evolvendo la situazione.
Bond indicizzati all’inflazione: aspettative in evoluzione
Il Tesoro italiano emette bond indicizzati lungo la curva. Abbiamo preso come riferimento i BTp-i 15 maggio 2036 (ISIN: IT0005588881) con cedola reale 1,80%. Sono gli attuali decennali, un orizzonte temporale sufficientemente lungo per captare le aspettative sull’inflazione. Il confronto con i rendimenti dei BTp a 10 anni con cedola fissa ci permette di ricavare queste ultime. Nell’ultima seduta di febbraio, prima che gli USA e Israele attaccassero l’Iran, la quotazione sul mercato secondario per l’indicizzato sfiorava il valore di 103. Ne risultava un rendimento reale di 1,47%. Il rendimento nominale decennale si attestava, invece, al 3,28%. La differenza o “breakeven” di 1,81% era il livello medio d’inflazione atteso per il prossimo decennio.
Ieri, la quotazione del BTp-i 2036 risultava scesa a 101,60 e questo titolo offriva un rendimento reale in rialzo a 1,62%. Nel frattempo, anche il rendimento nominale decennale era salito al 3,60% e anche oltre. La differenza si allargava a 1,99-2%.
Le aspettative d’inflazione per il prossimo decennio, quindi, risultavano lievitate di quasi lo 0,20% in appena una settimana. Non è una crescita preoccupante, ma un segnale preciso circa le previsioni del mercato. Ai livelli attuali, la crescita tendenziale dei prezzi al consumo resterebbe confinata al target del 2% fissato dalla Banca Centrale Europea (BCE).
Tassi in rialzo nel 2026?
Tuttavia, gli analisti non si aspettano più alcun taglio ai tassi di interesse nell’Eurozona per quest’anno. Francoforte ha avvertito su un possibile cambio di policy se la guerra lo rendesse necessario. In soldoni, i tassi potrebbero anche iniziare a salire da quest’anno. Prima del conflitto il mercato scontava un primissimo rialzo solo nell’estate del 2028, cioè tra oltre due anni. I bond indicizzati all’inflazione danno la misura di come le aspettative possano mutare in fretta per effetto degli eventi geopolitici e giustificano la prudenza di questi mesi della BCE.
giuseppe.timpone@investireoggi.it