Con lo scoppio della guerra in Iran, avremmo scommesso che l’oro sarebbe volato verso nuovi massimi storici e che per il mercato delle criptovalute come Bitcoin sarebbero arrivati tempi ancora più duri. E’ sorprendente verificare a distanza di due settimane come le cose siano andate per il verso opposto. Il metallo giallo sfiorava i 5.280 dollari l’oncia all’inizio del conflitto, mentre questo venerdì quotava sotto 5.100 dollari. Viceversa, il token digitale più popolare al mondo valeva meno di 65.700 dollari e l’altro ieri saliva a circa 72.300 dollari. A seguito di questo andamento dicotomico e contrario alle previsioni, il rapporto tra i prezzi di Bitcoin e oro risultava salito nel frattempo da 12,8 a 14,2.
Serve il 10% di once in più rispetto al 28 febbraio scorso per acquistare un gettone digitale.

Bitcoin vs oro
Le deboli quotazioni dell’oro si devono essenzialmente a due fattori. Il primo è che il dollaro si è rafforzato contro le altre valute mondiali in media di circa il 3% dall’inizio della guerra. E poiché il metallo viene pagato nella divisa americana, risente negativamente del suo apprezzamento. La domanda tende a ridursi per via dell’aumento dei costi per gli acquirenti non americani. E i rendimenti obbligazionari sono saliti, facendo più concorrenza a un tipico asset senza cedola. Ad esempio, il Treasury a 10 anni offre lo 0,30% in più, che a scadenza implica intorno al 3% complessivo in più per l’investitore. E sommando anche la risalita del dollaro sul mercato dei cambi, questo “safe asset” garantisce al momento un valore del +6% rispetto a un paio di settimane fa.
Da notare anche che il caro petrolio sta riducendo l’appeal del comparto IA in borsa, a causa dei maggiori costi per sostenere la creazione dei data center. E questi si alimentano di semiconduttori, di cui oro e argento sono componenti. Infine, le banche centrali hanno bisogno di accantonare maggiori riserve di dollari in questa fase, al fine di fronteggiare i più alti costi di importazione dell’energia. E ciò sottrae domanda all’oro.
In teoria, anche Bitcoin risentirebbe negativamente dei più alti rendimenti obbligazionari e del clima di avversione al rischio. Ma è anche vero che fosse un asset già quasi dimezzatosi dai massimi raggiunti nell’ottobre scorso. Al contrario, il metallo viaggia pur sempre a ridosso dei suoi record storici. Ed è altresì possibile che il mercato si stia mettendo a caccia di asset sfuggenti alla manipolazione delle banche centrali come azioni e obbligazioni. Se gli investitori istituzionali stanno riducendo gli acquisti di oro, i retail fiuterebbero l’opportunità di riposizionarsi in vista di una possibile ripresa globale dell’inflazione.
Dubbi su rialzo dei tassi, ma crescono i debiti
Le criptovalute sono nate con la promessa di difendere il potere di acquisto dei capitali, ma hanno sofferto ogni volta che si è prospettata una stretta monetaria per arrestare l’inflazione. Il fatto è che per il momento appare complicato alzare i tassi di interesse con i governi intenti ad aumentare le spese militari e a sostenere le rispettive economie. Lo scenario che si presenta davanti è più simile a quello di un mix di stagflazione e stimoli fiscali, anziché uno caratterizzato da rialzo dei tassi e conti pubblici in ordine. Benzina per Bitcoin, che può ancora una volta attirare i capitali di coloro che fuggono da bassi rendimenti reali e bolle finanziarie. L’oro stesso beneficerebbe di un simile contesto, anche se per il momento graverebbe su di esso più che altro la prudenza degli istituti centrali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it