La guerra tra Iran e USA/Israele, esplosa nel fine settimana scorso e che sta generando grossi contraccolpi geopolitici ed economici sul piano planetario, sostiene i rialzi dei metalli preziosi. I prezzi di oro e argento sono risaliti dai minimi a cui erano scesi dopo avere segnato i record assoluti alla fine di gennaio. Tuttavia, le cose non stanno andando come ci aspetterebbe. Ad esempio, il metallo giallo quotava ieri pomeriggio sopra i 5.160 dollari l’oncia, circa 115 dollari in meno rispetto all’ultima seduta prima che iniziassero gli attacchi in Medio Oriente. E l’argento sopra 84 dollari è rimasto ben sotto i quasi 94 dollari del 27 febbraio scorso.
Rialzi dei metalli preziosi: rapporto oro-argento
Nel corso di questa settimana, lo stesso rapporto oro-argento è salito da 56 a 61. Significa che il metallo grigio ha registrato una performance relativamente peggiore. E sappiamo che questo rapporto è un indicatore anche dello stato di salute dell’economia mondiale. Pensate che alla fine di gennaio era sprofondato sotto 45, ai livelli più bassi dal 2011.

Effetto dollaro
La performance deludente dei metalli preziosi di questi giorni ha una spiegazione perlomeno “tecnica”. Nelle ultime sedute, il dollaro si è rafforzato in media del 2% contro le altre valute mondiali. E c’è una storica, per quanto non pedissequa, correlazione negativa tra le quotazioni internazionali delle materie prime e il cambio del biglietto verde. Ciò si deve al fatto che il rafforzamento di questi aumenta automaticamente il costo di acquisto per gli investitori non americani.
Paradosso caro energia
Ma anche introducendo questo elemento di analisi, sembra poco per spiegare i rialzi poco consistenti di questi giorni.
L’oro in euro è resta sempre più basso di prima che scoppiasse la guerra. Per l’argento vale a maggiore ragione, trattandosi di un tracollo nell’ordine del 10%. E per quanto possa essere vero che il mercato avesse in parte scontato le tensioni prima che esplodessero ufficialmente, ci sarebbe un altro dato a rilevare: i costi energetici.
E qui si presenta un possibile paradosso. Siamo portati a immaginare che i metalli preziosi salgano insieme ai prezzi di petrolio e gas. Ed è stato così in passato. I costi energetici impattano sull’inflazione e gli investitori corrono a comprare oro (e in misura minore, argento) per difendersi da essa. E’ accaduto anche nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Ma il boom di questi ultimi mesi ha avuto poco a che fare con i timori per l’inflazione ed è stato in grossa parte attribuito sia agli acquisti delle banche centrali per allentare la dipendenza dal dollaro, sia al boom dell’IA.
I componenti critici dei data center hanno bisogno particolarmente di argento. La corsa alla loro costruzione per potenziare l’IA ha scatenato gli acquisti di questo metallo fino a fargli segnare record impensabili pochi mesi fa. Il problema è che i data center sono anche energivori, cioè consumano moltissima energia e i cui costi stanno salendo con la guerra. C’è il rischio che la corsa all’IA possa rallentare proprio per questo aspetto, un fatto che ha già provocato il crollo della Borsa di Corea, particolarmente legata al fenomeno.
Metalli preziosi, possibili rialzi per altri fattori
Questa spiegazione giustificherebbe il relativo indebolimento dell’argento sull’oro. Quest’ultimo è anch’esso impiegato per la costruzione dei data center, ma in misura inferiore all’argento. Non traiamo conclusioni definitive, in ogni caso. Ad esempio, l’argento è impiegato anche nella fabbricazione dei pannelli fotovoltaici, che rappresentano un’altra quota importante della sua domanda. I rincari di petrolio e gas rendono più convenienti le energie rinnovabili e nel tempo ciò porterebbe ad un incremento proprio dei consumi di argento. In questa fase, però, tende a prevalere la prudenza sui metalli preziosi dopo i forti rialzi legati alle nuove tendenze globali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it