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Aggregazione Poste-TIM: leva bassa e gruppo da 40 miliardi in Borsa

L'aggregazione tra Poste Italiane e TIM porterà alla nascita di un gruppo delle telecomunicazioni con leva bassa e alto peso in borsa.
30 Marzo 2026
Aggregazione tra Poste e TIM
Aggregazione tra Poste e TIM © Investireoggi.it

La prima settimana in borsa per Poste Italiane dopo il lancio dell’OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) sul capitale di TIM per giungere all’aggregazione è finita con un calo del titolo della prima del 7,7% a 19,80 euro e un rialzo per la seconda sotto il 2% a 59 centesimi. Il premio implicito, che inizialmente si aggirava al 9,4%, è stato quasi azzerato e si è ridotto a circa l’1,5%. L’operazione prevede uno scambio azionario di 0,0218 nuove azioni Poste e il pagamento in contanti di 16,70 centesimi di euro per ciascuna azione TIM portata in adesione. Sarà ritenuta valida al raggiungimento di almeno il 66,67% del capitale della compagnia, obiettivo alla portata dato che l’ente guidato da Matteo Del Fante parte da una partecipazione di controllo del 24,81%.

Aggregazione Poste TIM colosso da 40 miliardi in borsa

In borsa nascerebbe un gruppo delle telecomunicazioni da 40 miliardi di euro, di cui Poste ha la parte del leone con una capitalizzazione attuale in area 26 miliardi. C’è il sentore che i termini dell’OPAS potranno essere migliorati per gli azionisti TIM, malgrado le smentite in tal senso dell’AD di Poste. Se ciò fosse, con ogni probabilità avverrebbe tramite l’aumento della componente cash per evitare l’eccessiva diluizione nel capitale degli attuali soci di Poste, tra cui lo stato italiano. Il Tesoro possiede il 29,26% e Cassa depositi e prestiti un altro 35%. E per l’appunto, Poste detiene anche quasi il 25% dell’ex monopolista telefonica. A seguito dell’OPAS, se tutte le azioni rimanenti fossero portate in adesione, lo stato manterrebbe una quota complessiva attorno al 50%.

E ora veniamo all’analisi strettamente finanziaria del colosso “Postim”, che nascerebbe dall’aggregazione tra Poste e TIM.

La prima ha chiuso l’esercizio 2025 con un fatturato di 13,1 miliardi di euro, a +4% sul 2024. L’utile netto è cresciuto anch’esso del 10,3% a 2,22 miliardi. Al record storico l’Ebitda o reddito operativo, salito a 3,24 miliardi e in rialzo del 9,6%. Infine, l’indebitamento finanziario netto è sceso a 2,73 miliardi dal 3,13 di un anno prima. Ne consegue un rapporto tra indebitamento netto ed Ebitda a 0,84.

Basso leverage rassicurante per mercato e agenzie di rating

Tenete a mente questo dato, perché esso segnala la leva finanziaria del gruppo e viene in quanto tale monitorato con costanza dal mercato per ogni società quotata in borsa, al fine di capire quale sia il suo grado di indebitamento e di sostenibilità finanziaria. Mutatis mutandis, possiamo affermare che nel linguaggio societario rappresenta quello che per i governi sarebbe il rapporto tra debito e Pil. Ovviamente, fatte le dovute differenze.

E ora passiamo a TIM. Ricavi per 13,73 miliardi (+2,7%) e un Ebitda after lease a 3,7 miliardi (+6,4%), a fronte di un indebitamento finanziario netto after lease di 6,85 miliardi. In questo caso, il rapporto debito/Ebitda è di 1,85. Si tratta di un dato anch’esso relativamente basso, dato che l’allarme tende a scattare generalmente quando esso si attesta su valori pari o superiori a 3. Cosa succederebbe con l’aggregazione tra Poste e TIM? L’Ebitda complessivo si porterebbe a 6,95 miliardi e l’indebitamento finanziario netto a 9,58 miliardi per un rapporto tra le due grandezze di 1,38.

Si tratterebbe di una leva finanziaria più alta rispetto a quella di Poste, ma più bassa a quella di TIM.

Solidità finanziaria anche con fusione

Bisogna considerare gli attesi 700 milioni di euro in sinergie tra le due società, di cui 500 milioni in termini di minori costi e 200 milioni di maggiori ricavi. Nel secondo caso, in particolare, i circa 4.000 punti vendita di TIM venderebbero i servizi Poste Italiane e le quasi 14.000 filiali di questa i servizi TIM. Tenuto conto di questa stima allegata all’OPAS resa nota poco più di una settimana fa, la leva scenderebbe a 1,25. Il dato più che confermerebbe la solidità finanziaria del gruppo nato dall’aggregazione tra Poste e TIM. Da notare che l’operazione esiterebbe un delisting, cioè il titolo della compagnia verrebbe ritirato da Piazza Affari dopo una quotazione di quasi 30 anni. Questo sarebbe, forse, l’aspetto più triste della vicenda, in quanto la Borsa di Milano perderebbe una “blue chip”, pur se verrebbe inglobata da un’altra quotata nel suo principale indice.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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