L’UE ha evitato un altro duro colpo alla propria economia con l’intesa commerciale raggiunta nei giorni scorsi con gli USA nel rispetto dell’accordo ratificato a Turnberry, Scozia, nell’agosto scorso. Il termine massimo imposto dall’amministrazione Trump era stato fissato per il 4 luglio, decorso il quale avrebbe imposto dazi al 25% sulle importazioni di auto e camion dal mercato unico. Parlamento e Consiglio si sono raccordati ed entro i prossimi giorni provvederanno a mettere nero su bianco. Se da un lato abbiamo evitato il peggio, il costo da pagare è stato la dignità.
Tra UE e USA accordo impari
Tra UE e USA non è stato raggiunto alcun accordo alla pari.
I nostri principali partner commerciali lasceranno i dazi al 15% e anche su acciaio e alluminio resteranno al 50%, salvo la promessa di valutarne l’abbassamento in futuro al 15%. In ogni caso, percentuali ben maggiori rispetto a quelle in vigore prima del Liberation Day del 2 aprile 2025. In cambio, l’UE si è impegnata ad azzerare i propri dazi sulle importazioni di beni industriali USA e le tariffe saranno azzerate o fortemente ridotte anche nel settore ittico e agricolo.
Non è tutto. L’UE si è impegnata anche a potenziare gli investimenti privati e istituzionali negli USA, l’esatto contrario di quanto va sventolando di voler fare con il Rapporto Draghi sulla competitività. Parlare di sudditanza di Bruxelles verso Washington può servire ad eccitare gli animi meno ben disposti verso i nostri amici americani, ma non a spiegare quanto sia realmente accaduto. L’accordo, che è tale da 9 mesi, conferma molto più semplicemente lo stato di declino progressivo del continente europeo sul piano geopolitico ed economico.
Esportazioni UE trainate da USA e UK
Nel 2025, l’UE ha esportato merci e servizi per quasi 3.980 miliardi di euro nel resto del mondo e ne ha importati per 3.667 miliardi. Pertanto, ha chiuso l’anno con un avanzo di 312 miliardi. L’anglosfera è il suo vero cliente forte. Il saldo complessivo con gli USA è stato, infatti, di una ventina di miliardi (ci torneremo) e con il Regno Unito ha sfiorato i 107 miliardi. Al contrario, con la Cina c’è stato un deficit superiore ai 350 miliardi. In sintesi, l’economia continentale si regge sulle esportazioni e queste a loro volta sono trainate da USA e Regno Unito, senza i quali la crescita del Pil si azzererebbe.
Dato sui servizi falsato dall’Irlanda
Approfondiamo un attimo la questione americana. L’anno scorso, abbiamo esportato negli USA merci per circa 200 miliardi di euro in più rispetto a quante ne abbiamo importate. Ma Bruxelles nota che sul fronte dei servizi accade regolarmente il contrario. In effetti, abbiamo registrato un disavanzo con la superpotenza di 178 miliardi. Il nostro attivo commerciale complessivo risulta ridotto ad appena 20 miliardi, che è un dato di sostanziale equilibrio. Se fosse vero, avremmo avuto margini e forza di convinzione per batterci al tavolo del negoziato per spuntare condizioni migliori.
La verità è che tutti, commissari in primis, sanno che il dato sui servizi è letteralmente falso.
Molte multinazionali USA hanno ufficialmente sede in Irlanda per ragioni fiscali, per cui le loro sussidiarie risultano comunitarie. Quando acquistiamo un servizio da esse, ad esempio digitale, ufficialmente l’operazione resta intra-comunitaria. E la sussidiaria invia alla casa madre le royalties per trasferire i profitti in maniera non ufficiale. Questo pagamento si traduce in una formale importazione di servizi dagli USA, ma nei fatti così non è. Il deficit reale dell’UE, al netto di queste operazioni, è stimato in 20-30 miliardi all’anno. E questo spingerebbe il dato complessivo in positivo a circa 170-180 miliardi.
Distanze tra USA e UE esplose dagli anni ’90
Dietro a questi numeri si cela una diversa evoluzione dell’economia negli ultimi decenni. Prendendo i dati delle tre principali economie dell’UE attuale nel 1990 – Germania, Francia e Italia – , troviamo che il loro Pil pro-capite fosse di appena il 10% più basso di quello americano. Nel 2025, risultava inferiore del 74%. Pur tenendo conto dell’inflazione, resta un dato più basso del 41%. In media, nei 35 anni il Pil pro-capite è cresciuto dello 0,6% reale contro l’1,3% negli USA. Abbiamo perso tantissimo terreno con l’Oltreoceano rispetto ad una situazione quasi alla pari ad inizio anni Novanta.
Un’economia più forte tende ad importare di più. Aggiungiamo il fatto che l’UE ha perseguito una precisa strategia “export-led” con relativa compressione dei consumi interni. Le famiglie spendono negli USA per oltre il 68% del Pil contro il 63% del 1990. Nell’UE la loro quota è scesa dal 55% a meno del 53%. Gli americani hanno puntato sulla domanda interna, l’UE sulle esportazioni. Il risultato è che ci siamo resi dipendenti dai mercati esteri, particolarmente di USA e Regno Unito. E chi pensa che possiamo permetterci di alzare la voce con questi numeri, deve farsene una ragione.
giuseppe.timpone@investireoggi.it