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Mea culpa di Draghi: Europa più esposta ai mercati esteri di USA e Cina

L'ex premier italiano Mario Draghi fa un ritratto impietoso dell'Europa, dipendente più delle altre grandi economie dai mercati esteri.
15 Maggio 2026
Draghi sull'Europa dipendente dai mercati esteri
Draghi sull'Europa dipendente dai mercati esteri © Investireoggi.it

Ritirando il Premio Carlo Magno di cui è stato insignito, l’ex premier italiano Mario Draghi è tornato a fare il punto ancora una volta sullo stato dell’Europa e non ha avuto difficoltà a riconoscere che sia un’area alla mercé dei mercati esteri e fortemente dipendente in termini strategici. Un ritratto impietoso, perché non poteva essere diverso quello che il già governatore della Banca Centrale Europea (BCE) avrebbe potuto mostrare dinnanzi a un cancelliere Friedrich Merz apparentemente concorde sull’analisi, tanto da avere egli stesso sostenuto la necessità di tendere a un bilancio comunitario. Non stiamo parlando dello stesso Merz, che punta a bloccare la scalata di Unicredit a Commerzbank.

Draghi: Europa in balia dei mercati esteri

Ironie a parte, la politica europea è da troppi anni il tempio dell’ipocrisia. E Draghi non ha risparmiato un’autocritica ad un’Europa che ha cercato di supplire l’assenza della politica ricorrendo ai mercati internazionali. Ha citato qualche cifra a dimostrazione della sua tesi. L’Eurozona, cioè l’insieme delle economie che condividono la moneta unica, aveva un grado di apertura commerciale (somma di importazioni ed esportazioni sul Pil) al 19% nel 1999, mentre adesso è salita al 55%. Nello stesso arco di tempo, USA e Cina sono rimasti quasi fermi.

E noi siamo andati a spulciare questi dati e, naturalmente, essi hanno confermato quanto dichiarato da Draghi. Il peso dell’import-export è salito di poco in Cina al 32,5% nel 2025 e negli USA a meno del 25%. La prima è esportatrice netta di beni e servizi, mentre la superpotenza è una cronica importatrice netta. L’Eurozona esporta più di quanto importa, segno della sua competitività.

Il punto è un altro: resta dipendente dalla domanda estera. Le sue esportazioni valgono più del 27% del Pil contro il 13,2% della Cina e l’11% degli USA. Tradotto: se qualcosa va storto sui mercati, com’è accaduto con i dazi annunciati dall’amministrazione Trump più di un anno fa, sono per noi guai molto seri.

Barriere interne con mercato unico incompleto

Non è stato un destino ineluttabile. Lo ha spiegato sempre Draghi, quando ha affermato che l’Europa ha pensato bene di abbattere le barriere commerciali con il resto del mondo, salvo tenerle in vita al suo interno. Il paradosso è stato che ha così tenuto il mercato domestico a freno, dovendo fare affidamento sulle esportazioni per crescere. Se si fosse occupata a rimuovere le barriere interne, i cittadini stessi avrebbe investito maggiormente nell’area e la circolazione dei capitali avrebbe stimolato la crescita ed evitato il deflusso a beneficio principalmente degli Stati Uniti.

Concetti già noti con la presentazione del suo Rapporto sulla competitività, apprezzato a parole da tutti i leader europei e rimasto lettera morta. Dicevamo, l’Europa è il regno dell’ipocrisia. Tutti invocano il mercato unico, a patto che implichi che le proprie imprese e banche possano vendere e fare shopping negli altri stati e mai viceversa. Il caso Unicredit-Commerzbank è solo una ennesima conferma di quanto stiamo scrivendo.

Merz fa chiede un’Europa meno dipendente dai mercati esteri sulla falsariga di Draghi, ma allo stesso tempo contribuisce a tenere sottosviluppato il mercato domestico con politiche di protezionismo.

Globalizzazione in crisi, cresce gap con USA e Cina

Così fan tutti, attenzione. Non c’è governo che apra le porte agli investimenti stranieri quando si tratta di perdere il controllo di asset ritenuti strategici e il cui elenco si va allungando di anno in anno. Un mercato interno poco sviluppato costringe l’Europa a guardare ai mercati esteri per esportare e crescere quel poco che serve a non ristagnare del tutto. Il guaio è che questa politica funzionava quando la globalizzazione era ben accetta da tutti. Ora che a metterla in discussione sono i suoi principali protagonisti, a partire dagli USA, è cambiato il contesto in cui operare. Draghi lo ha ribadito per lanciare l’allarme sulla minaccia esistenziale che stiamo correndo come continente: “siamo soli per la prima volta dal 1949”.

E sale anche il conto stimato per recuperare il gap con USA e Cina: dagli 800 miliardi di euro all’anno di investimenti necessari secondo il Rapporto sulla competitività ai 1.200 miliardi odierni. La situazione peggiora di mese in mese, mette in guardia l’ex governatore BCE. Perché se le guerre commerciali fanno male a tutti, anche a chi le imbraccia, senza dubbio a rimetterci di più le penne solo coloro che dipendono maggiormente dalle esportazioni e dalle stesse importazioni. L’Europa avrebbe il modo di rimediare con la creazione di un vero mercato unico, pur avendo il punto debole di non disporre di materie prime. Per farlo, però, dovrebbe superare il protezionismo di stampo nazionale, che impedisce a consumatori, imprese, banche e risparmiatori di operare in un unico ambiente.

Draghi: mercati esteri per Europa fuga da mercato interno

Il solo fatto che esistano 27 piccole borse nazionali nell’Unione Europea la dice lunga sulla nostra lungimiranza. Solamente Nvidia da sola vale più di grandi borse come Francia, Germania e Regno Unito. La segmentazione dei mercati nazionali cristallizza una condizione di nanismo industriale e bancario. E mancano i capitali per investire nel business dell’IA, che Draghi crede stia accentuando le distanze con USA e Cina.

Ma se chi lo applaude è in prima fila anche per sabotare ogni sforzo per cambiare lo status quo e si traveste da europeismo smielato, non andremo molto avanti. Già è tardi, tra qualche mese potrebbe non essere più neanche necessario rifletterci su.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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