L’inflazione negli USA a giugno è scesa al 3,5% dal 4,2% di maggio, sotto le previsioni del 3,8% e rallentando per la prima volta dallo scorso dicembre. Merito del costo dell’energia, salito del 15,7% contro il 23,5% del mese precedente. Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo presso la prima economia mondiale è diminuito dello 0,4%, mai così tanto dall’aprile del 2020, il mese del “lockdown” contro la pandemia. L’indice “core”, al netto di generi alimentari ed energia, ha segnato un rialzo del 2,6% e anch’esso in rallentamento dal 2,9% e ai minimi dal marzo scorso.

Inflazione USA giù: tassi attesi più deboli
A seguito della pubblicazione del dato di giugno, le probabilità che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse a luglio sono diminuite dal 40% al 13,4%.
Il mercato continua a scontare una ritorno alla stretta monetaria entro l’anno, ma dopo l’estate. E si mostra convinto di un possibile secondo rialzo per dicembre, pur ancora con probabilità inferiori al 40%. L’inflazione USA più debole del consensus ha provocato il crollo del rendimento decennale americano. Il Treasury offriva il 4,61% poco prima della pubblicazione, mentre subito dopo è arrivato al 3,53% per poi risalire al 4,58%.
Impatto sul mercato europeo
Le borse europee hanno azzerato le perdite della seduta, mentre l’impatto è stato meno marcato per i rendimenti obbligazionari. Il BTp a 10 anni ha continuato ad offrire intorno al 3,90% e ai massimi da quasi due mesi. Lo spread è rimasto sopra gli 80 punti base, a conferma di una certa tensione che si respira sul mercato sovrano. Il fatto è che l’inflazione USA ci consegna una foto forse già vecchia, alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni a Hormuz.
Lo stretto è stato richiuso al transito delle petroliere e il presidente Donald Trump parla apertamente di “pedaggio del 20%” che gli Stati Uniti imporranno alle navi in cambio della loro sicurezza.
Prima che le tensioni tornassero ad esplodere con l’Iran, il mercato obbligazionario europeo aveva lanciato segnali chiari circa la possibile cessazione della stretta monetaria nell’Eurozona dopo un nuovo rialzo dei tassi per settembre. Adesso, sconta un terzo rialzo entro dicembre e il dato sull’inflazione USA di ieri non ha smosso quasi per nulla i rendimenti a breve termine in Germania, che seguono strettamente l’andamento atteso dei tassi BCE sui depositi bancari.
FED costretta prima o poi ad agire
Di certo c’è che la FED di Kevin Warsh avrà una buona giustificazione per rinviare la stretta a dopo l’estate. Guadagnerà e farà guadagnare tempo allo stesso Trump, che vede l’aumento dei tassi come la peste e a maggior ragione sotto elezioni. Solo un ritorno dei prezzi del petrolio ai livelli delle settimane tra giugno e luglio potrà rendere il compito del nuovo governatore più semplice. Per il resto, bisogna considerare che l’inflazione USA resti quasi doppia del target al 2%.
Lo stesso dato “core” è sopra dal marzo 2021, cioè da 63 mesi consecutivi. Si tratta di una questione di credibilità.
Inflazione USA riaccende cambio euro-dollaro
Sebbene non cambi molto per la BCE, la pressione su di essa per un secondo rialzo dei tassi già a luglio si allenta. Infatti, ieri il cambio euro-dollaro si è portato a circa 1,1450 dai minimi di 1,1380 nel corso della seduta e ai massimi da venerdì scorso. Il rafforzamento della moneta unica serve per contrastare il rischio di importare inflazione dagli USA. Perlomeno, Christine Lagarde e il board potranno darsi tempo fino a settembre per monitorare l’evoluzione geopolitica e macroeconomica. Difficile, per come si stanno mettendo le cose, scongiurare che i tassi salgano almeno al 2,50%. Molto probabile, ora come ora, che si portino al 2,75% entro dicembre.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



