La Cina ha smesso di correre e per quanto cammini più velocemente di ogni altra grande economia mondiale, il rallentamento è sotto gli occhi di tutti; a partire dal suo stesso governo, che per quest’anno aveva fissato un obiettivo di crescita tra il 4,5% e il 5%, già ai minimi dal 1991. Non sarà facile da centrare e proprio per questo crescono i dubbi circa uno scenario di deflazione globale. Il Pil nel secondo trimestre è cresciuto del 4,3%, meno del 5% nei primi tre mesi dell’anno. Per capire cosa non stia andando, bisogna guardare ai consumi delle famiglie. A giugno sono aumentati dell’1% su base annua dopo il -0,6% di maggio.
In termini reali, una variazione nulla.
Cina a rischio deflazione con bassi consumi
La fiducia dei consumatori continua a restare bassa. Ed è un problema che si trascina ormai da oltre quattro anni, tanto da essere diventato strutturale. Guardando al grafico di sotto, vi accorgerete come la caduta sia arrivata bruscamente nella primavera del 2022. Cosa accadde in quel periodo? Il regime reagì ai nuovi focolai di Covid con rigide misure restrittive, i famosi “lockdown”. Ecco, sembra che quella fase abbia provocato una sfiducia di lungo periodo nelle famiglie.

Già ad analizzare la composizione del Pil cinese ci si accorge di quanto bassa sia proprio la componente dei consumi. Valgono il 54-55%, di cui appena il 38% sono le spese delle famiglie. A titolo di confronto, queste ultime da sole valgono circa il 55% nell’Unione Europea e sfiorano il 70% negli Stati Uniti. La Cina fa leva su un’altra componente della domanda aggregata interna: gli investimenti fissi lordi al 41-42% del Pil contro una media attorno al 20% per le grandi economie avanzate.
E poi c’è quel 3-4% che arriva dalle esportazioni nette.
Esportazioni volano di crescita
Ecco spiegato il paradosso. A giugno, le esportazioni in Cina hanno raggiunto il nuovo record di 412,39 miliardi di dollari e sono aumentate del 27% annuale. E allora perché l’economia cresce sempre meno? Perché le imprese producono per i mercati esteri, trovandosi a corto di domanda sul mercato domestico. La manifattura vale ben il 27% del Pil contro meno del 20% in Italia e circa il 10% degli Stati Uniti. Ma è un dato “gonfiato” proprio dalle esportazioni. L’economia cinese si regge fortemente su di esse e senza andrebbe in recessione.

Questa dipendenza strutturale della Cina dalla domanda estera crea le condizioni per quella che la sopra accennata deflazione globale. Già da anni la seconda economia mondiale registra tassi di crescita dei prezzi al consumo molto bassi e a volte negativi. L’indice è rimasto invariato nell’ultimo quinquennio, mentre è salito del 18% nell’Eurozona e del 21% negli Stati Uniti. Pechino guadagna competitività nel confronto internazionale, ma a causa della bassa domanda interna sta tagliando i tassi di interesse per sostenere consumi e crescita.
Ciò tiene il cambio col freno a mano: +4,5% contro il dollaro in 5 anni. Nello stesso periodo, il biglietto verde si è rafforzato in media di oltre il 9%.
Passaggio di consegne con Giappone?
Cosa può fare un’economia in pieno rallentamento e con una popolazione che già mostra i segni dell’invecchiamento demografico senza ancora avere raggiunto gli standard di benessere dell’Occidente? Puntare ancora di più sulle esportazioni per consolidare il proprio vantaggio competitivo e prolungare il periodo di crescita. Ma questo significa anche cercare di conquistare nuove quote di mercato all’estero con una politica dei prezzi persino più spinta di quanto sinora praticata. E se l’America di Donald Trump chiude il suo mercato con dazi a tre cifre, c’è sempre l’Europa a rendersi disponibile per essere “invasa” da prodotti a basso costo.
Sembra di ripercorrere la storia di un’altra grande economia: il Giappone. E guarda caso, da un paio di anni a questa parte i rendimenti decennali cinesi sono scesi sotto i livelli nipponici. Quasi come se le due potenze asiatiche si fossero passate il testimone: la Cina è entrata in un’era di deflazione, il Giappone ne è uscita per entrare in una fase turbolenta di aumento dei prezzi e dei rendimenti sovrani. Entrambe sono alle prese con alti livelli di indebitamento pubblico.
Europa teme maggiori squilibri commerciali
E’ di questi giorni la richiesta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di avviare colloqui con Pechino sulla presunta manipolazione dello yuan. La paura della Germania, così come dell’UE, è che gli squilibri commerciali con la Cina aumentino ulteriormente fino a colpire irreversibilmente l’industria europea. Lo scenario della deflazione globale cela il vero rischio insito in esso, che non sarebbe il calo generalizzato dei prezzi, bensì una crisi di sovrapproduzione per tutte le grandi economie.
Il problema è che non puoi pretendere che un’economia con bassi consumi interni rinunci alle esportazioni. Per farlo ha bisogno di tempo per transitare verso un modello incentrato sulla domanda aggregata interna, cosa che il regime di Xi Jinping tenta di fare con una politica fiscale e monetaria entrambe espansive.
Finora, con scarso successo. Gli investimenti per opere pubbliche faraoniche del passato non funzionano più, avendo lasciato in eredità grossi “buchi” nei bilanci delle province, città fantasma e forti inefficienze di spesa. Il governo ora punta su investimenti mirati alla crescita, nonché ad una maggiore redistribuzione della ricchezza per sostenere i consumi delle famiglie.
Deflazione globale con crescita in Cina al palo
I risultati non stanno arrivando e ciò pesa sulle prospettive globali. Complice anche la maggiore efficienza energetica, perseguita anche ricorrendo alle energie rinnovabili, i consumi di petrolio per quest’anno stanno scendendo del 4,9% e le importazioni del 6%. Questi dati stanno contribuendo a calmierare i prezzi del greggio anche con il ritorno alle tensioni tra Stati Uniti e Iran, aiutando a disinflazionare le economie. Ma è solo un antipasto di quanto può accadere se l’economia in Cina si fermasse. A quel punto, esporterebbe anche la deflazione nel resto del mondo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



