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Oggi: 21 Lug, 2026

La riforma dell’ETS è un’illusione: un contentino all’Italia che mantiene l’ideologia green

La Commissione UE ha varato una riforma degli ETS per andare incontro a stati come l'Italia, ma l'ideologia green resta in piedi intatta.
21 Luglio 2026
Riforma UE sugli ETS
Riforma UE sugli ETS © Investireoggi.it

Tanto fumo e poco arrosto. E’ proprio il caso di dirlo se parliamo di emissioni inquinanti, o meglio, della legislazione in materia. La Commissione europea ha proposto una riforma degli ETS, il sistema di aste che dal 2005 regolare il mercato della CO2. La richiesta era arrivata da Italia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Grecia, Estonia e Cipro. Obiettivo: ridurre i costi dell’energia a carico di imprese e famiglie e contrastare la deindustrializzazione nel Vecchio Continente. In difesa della normativa esistente si erano schierate Danimarca, Svezia, Finlandia e Spagna. E alla fine l’Unione Europea ha partorito il classico topolino.

Riforma ETS: proposta UE

Cosa sono gli ETS? Aste in cui il mercato compra e vende tonnellate di CO2, vale a dire i permessi di inquinare. Lo schema riguarda circa 11.000 imprese comunitarie ad alta intensità di consumo di energia, per cui considerate altamente inquinanti. Ognuna riceve annualmente quote gratuite, superate le quali per continuare a produrre (e inquinare) bisogna acquistare da terzi. A vendere saranno le imprese più efficienti sul piano energetico o magari con minori volumi di produzione rispetto alle previsioni.

L’intento dell’UE sin dall’entrata in vigore di questo meccanismo dal 2005 è di spingere le imprese a tagliare le emissioni di CO2. I dati dicono che queste si sono dimezzate in poco più di 20 anni, anche se quasi totalmente per effetto della perdita di competitività delle società produttrici di gas a favore delle società rinnovabili, tra l’altro fortemente sussidiate dai contribuenti. Cosa prevede la riforma proposta? Ogni anno le tonnellate di CO2 offerte gratuitamente alle imprese viene ridotta per incentivare queste ultime a diventare sempre più efficienti e “green”.

A partire dal 2031, la loro riduzione sarà del 3,7% al posto del 4,3% finora previsto e dal 2026 dell’1,7%.

Piani per decarbonizzazione più stringenti

Con questo rallentamento del taglio, l’offerta di CO2 gratuita sarà più alta nei prossimi anni e ciò dovrebbe ridurre la pressione sui prezzi, esplosi letteralmente dai 4-5 euro per quota fino a una decina di anni fa agli 80-100 euro degli ultimi anni. Ma anche questa piccola concessione avverrà dietro compensazioni abbastanza forti. In primis, le imprese riceveranno l’80% delle quote gratuite in anticipo con la presentazione di piani per la decarbonizzazione e il restante 20% soltanto dopo che questi saranno stati implementati.

Grafico quotazioni ETS
Grafico quotazioni ETS © Licenza Creative Commons

Nel mirino c’è anche il gettito degli stati derivante dalle aste ETS. I governi comunitari nel 2025 hanno incassato 43,2 miliardi di euro, di cui 2,59 miliardi sono finiti nelle casse di Roma. Ebbene, almeno la metà di tali entrate dovrà finanziare iniziative di decarbonizzazione industriale contro una percentuale attuale media stimata attorno al 5%. Non è finita: al 2040 sarà raddoppiato dal 23% al 46% il target di elettrificazione dei consumi energetici complessivi.

Ideologia green resta intatta

La riforma degli ETS si riduce ad una presa in giro colossale della presidente Ursula von der Leyen e i componenti della sua Commissione.

A fronte di un apparente ammorbidimento delle regole, l’ideologia green non viene soltanto confermata, ma persino consolidata per non urtare gli interessi e la suscettibilità degli stati nordici. L’ossessione per l’elettrico raddoppia, mentre l’offerta di CO2 gratuita continuerà a contrarsi nei prossimi anni dal 45% del mercato attuale. Gli effetti non saranno neppure immediati, dato che una leggera contrazione del taglio avverrà solo a partire dal 2031.

La stessa pressione sulle imprese si farà più intensa per ridurre i consumi di energia. E ci sono tantissime attività impossibilitate a farlo. Pensate alla ceramica o alle compagnie aeree. L’aumento dei prezzi per molte di esse continuerà a comprimere i margini, a deprimere la loro competitività e ad innalzare i prezzi praticati ai consumatori. La svolta green è sempre la stessa roba per le famiglie: costi più alti. Per i governi diventa maggiore dipendenza strategica. Se è vero che la UE calcola in 260 miliardi di euro in meno di importazioni di combustibili fossili con il raddoppio del target elettrico, d’altra parte esso impone l’acquisto di materie prime non disponibili nel Vecchio Continente e perlopiù esportate dalla Cina.

Riforma ETS illusione, serve abolizione

Qual è stato il senso di questa riforma degli ETS? Dare l’illusione ad alcuni di venire incontro alle loro esigenze senza mettere in discussione lo status quo. Non è detto neppure che passi. Servirà l’ok dei 27 parlamenti nazionali e alcuni sono contrari a cambiare anche le virgole. Nessuna risposta alla deindustrializzazione e alla crisi energetica ormai strutturale. Alla prima si risponde picche con un apparato normativo rimasto rigido e per nulla realistico. Alla seconda si reagisce perseguendo sulla strada della riduzione dell’offerta di idrocarburi in un momento in cui le quotazioni internazionali già sono volatili per effetto delle tensioni commerciali e geopolitiche.

Chi se ne frega se colossi come Volkswagen pianificano 100.000 licenziamenti, se il Pil europeo viaggia verso la stagnazione e l’inflazione costringe già la Banca Centrale Europea ad alzare i tassi di interesse. L’UE ha deciso di non rinunciare all’ideologia green. E non perché ci creda davvero. Il guaio resta la Germania in mano alla Grosse Koalition, che ormai rappresenta un tedesco su tre e ciononostante tiene in ostaggio l’intero continente con una politica energetica e, di conseguenza, industriale votata all’autodistruzione. La vera riforma sarebbe l’eliminazione degli ETS, che è un meccanismo tutto burocratico e dirigistico degno di chi in passato redigeva ridicoli piani quinquennali salvo doverne a consuntivo abbellire i risultati per mascherarne il fallimento.

E presto sarà la realtà a imporsi sugli scribacchini di Bruxelles.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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