Il declino geopolitico ed economico dell’Europa è sotto gli occhi di tutti e ci relega sempre più alla marginalità degli eventi e dei processi decisionali globali. Non siamo più al tavolo delle potenze che contano, neppure quando il tema della discussione siamo proprio noi. Lungi dall’essere un problema recente, il fenomeno s’inquadra all’interno di un trend di lungo termine avente ad oggetto la produttività del lavoro. La cattiva notizia è che l’uso dell’Intelligenza Artificiale potrebbe aggravare il problema e renderlo definitivo.
Produttività del lavoro: da convergenza a divergenza strutturale USA-Europa
Nel grafico sottostante, abbiamo la produttività del lavoro, intesa come produzione oraria per addetto ed espressa in dollari USA a Parità di Potere di Acquisto (PPA) sia negli Stati Uniti che nell’Europa a 12 stati dal 1980 al 2025. Troverete sconcertante quanto accaduto proprio con l’arrivo del nuovo millennio, quando si addensavano le speranze per un ritrovato protagonismo del Vecchio Continente sul piano geopolitico ed economico.
Evidentemente, abbiamo preso fischi per fiaschi.

Le distanze ad inizi anni Ottanta tra le due sponde dell’Atlantico risultavano minime, di poco superiori al 10%. E nel 1990 si erano quasi annullate, portandosi intorno al 4%. Fu l’apice del successo europeo, quando il nostro livello di ricchezza eguagliò sostanzialmente quello americano. La caduta del comunismo nell’Europa dell’Est fece intravedere l’opportunità storica del superamento, ma la storia aveva in serbo per noi un destino ben diverso da quello auspicato.
In effetti, già nel 2000 le distanze tra Stati Uniti ed Europa in termini di produttività del lavoro risultarono raddoppiate rispetto al decennio precedente. Il “catch-up” era finito e al posto della convergenza sarebbe iniziata un’era di divergenza strutturale. Infatti, nel 2025 la crescita della produzione oraria per addetto rispetto al 2000 era stata dell’81,5% negli Stati Uniti e di solo il 23,3% in Europa. Le distanze tra le due misure sfioravano il 60%. Cos’è successo?
Internet spartiacque
A metà degli anni Novanta, gli Stati Uniti compiono quello che gli economisti definiscono il classico “salto tecnologico” grazie a internet. Nasceva la “new economy”, che avrebbe rivoluzionato per sempre il nostro stesso modo di vivere. PC, notebook, telefonini, smartphone e web entrarono gradualmente nelle nostre case fino a rimpiazzare grossa parte delle abitudini di spesa e di vita consolidate. Peccato per noi europei che questa rivoluzione si sia svolta interamente sul suolo americano. Sarebbe stato così per tutti gli anni a seguire, compresa la rivoluzione dei social media, che abbiamo prima snobbato e poi cercato di contenere a colpi di inutili regolamentazioni.
Gli Stati Uniti si sono appropriati in pieno dei benefici conseguiti grazie all’impiego delle nuove tecnologie, mentre noi europei le abbiamo dovute importare ai danni della nostra “old economy”. Tanto per fare un esempio banale, internet ha reso obsoleti i lavori dei portalettere.
Ma se perlomeno negli Stati Uniti ciò ha generato posti di lavoro diretti nelle multinazionali che gravitano attorno alla rete, da noi il vantaggio non si è palesato con la stessa nettezza, a causa del fatto che non avevamo e non abbiamo ad oggi colossi paragonabili a quelli della Silicon Valley.
IA possibile contraccolpo definitivo
Il peggio può arrivare paradossalmente con l’IA. Si tratta di una nuova rivoluzione in corso, il cui impatto è atteso ancora più drastico rispetto a quello di internet di 30 anni fa. Ma l’Europa non sta toccando palla su questo settore. Anzi, sta reagendo al suo solito con iper-regolamentazione e tutelando i (vecchi) settori dai processi d’innovazione. A Wall Street, basti pensare che la principale società legata all’IA – NVIDIA – è arrivata a capitalizzare in questi mesi fino a 5.700 miliardi di dollari, più del quadruplo dell’intera Borsa Italiana.
Il contraccolpo rischia di diventare definitivo per l’Europa, quando già la nostra produttività del lavoro dal 1980 risulta cresciuta della metà rispetto agli Stati Uniti nel 1980: +95% contro +180%. L’aggancio che si toccava con mano all’indomani della caduta del Muro, è andato completamente perduto. E questo si è tradotto in un minore tasso di crescita endogena delle nostre economie, dove abbiamo dovuto compensare puntando sulle esportazioni, cioè sulla domanda principalmente dei consumatori americani. Con il risultato che ci siamo resi strategicamente ancora più dipendenti dalla superpotenza. La storia dei dazi di questi anni insegna.
Pesa assenza geopolitica
C’è tempo per recuperare il gap e cercare di investire la tendenza? Una risposta affermativa per il momento appare più un esercizio di puro ottimismo. L’IA presuppone non soltanto investimenti per diverse centinaia di miliardi di dollari all’anno, ma anche l’esistenza di una filiera produttiva inesistente in Europa. A Bruxelles, lo stesso Rapporto Draghi punta sì sugli investimenti, ma facendo leva essenzialmente su quelli pubblici sovranazionali, come se lo stato potesse sostituirsi all’impresa e amministrare un intero settore dell’economia.
La carenza di materie prime, come per la produzione di semiconduttori, da noi diventa un problema ancora più grave per l’assenza di geopolitica. L’Europa non possiede neppure un suo rappresentante in carne e ossa capace di gestire le relazioni politiche e industriali con altri leader mondiali.
E questo aspetto ci rende ancora più deboli e meno credibili agli occhi del resto del mondo. Un Xi Jinping o uno stesso Donald Trump sanno che l’Unione Europea non esiste come entità unica e che è la semplice sommatoria di 27 stati con altrettante economie e interessi spesso divergenti tra loro. Non hanno neppure convenienza a trattare alla pari con essa, perché tale non è.
Produttività del lavoro sintomo di errore di visione
L’errore storico imperdonabile dell’UE è stato negli ultimi 30 anni di immaginare di affiancarsi agli Stati Uniti sul palcoscenico mondiale partendo dalla costruzione del tetto e non delle fondamenta. Ha investito tutto il suo capitale politico nell’architettura finanziaria, euro in primis, quando serviva una coesione anzitutto industriale ed economica. La moneta unica non ha generato i benefici sperati e la produttività del lavoro nel confronto internazionale è arrancata, frenando la crescita del Pil e destabilizzando i governi dell’area come mai negli ultimi 80 anni.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



