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TFR dipendenti pubblici: da emergenza a ingiustizia strutturale

La Consulta condanna la rateizzazione del TFR, ma dà al legislatore un altro anno di tempo sui dipendenti pubblici ancora in attesa.
8 Marzo 2026
TFR dipendenti pubblici
TFR dipendenti pubblici © Investireoggi.it

E’ arrivata in settimana un’importante ordinanza della Corte Costituzionale in merito al TFR per i dipendenti pubblici. I sindacati sono soddisfatti a metà, perché i giudici hanno sì avvertito il legislatore che le attuali regole siano inique, ma gli ha altresì concesso quasi un altro anno di tempo fino al 14 gennaio 2027 per porvi rimedio. Una storia nata come emergenza nel lontano 2011 e che si è tramutata in una forma di ingiustizia strutturale nel Bel Paese.

TFR dipendenti pubblici: come funziona

Cos’è il TFR? Acronimo di Trattamento di Fine Rapporto, trattasi di una porzione di reddito differito, che il datore di lavoro accantona a favore del dipendente per quando il rapporto di lavoro sarà cessato. Nel settore pubblico, fino al 2001 si chiamava TFS. Tralasciamo le differenze con il passato. Quello che rileva è che nel 2010 il governo Berlusconi cercò di reagire alla crisi del debito con misure destinate a fare cassa. Tra queste il pagamento in ritardo del dovuto ai dipendenti pubblici andati in pensione. L’attesa fu inizialmente di 6 mesi, ma già dal 2024 saliva a 24 mesi più altri 3 mesi per l’accredito.

E arriviamo al 2013 con il governo di Mario Monti. Si decise che il TFR ai dipendenti pubblici sarebbe stato pagato dopo 12 mesi dalla data del pensionamento. Per gli importi sopra 50.000 euro l’attesa sarebbe salita di ulteriori 12 mesi e sopra 100.000 euro di altri 12 mesi. Fino a quell’anno, la rateizzazione scattava a partire dai 90.000 euro. Fu una delle misure che colpirono il settore pubblico insieme al “congelamento” degli stipendi.

Ragion di stato prevale sui diritti del cittadino

La Consulta è intervenuta sul tema con due sentenze nel 2019 e nel 2023.

Pur ravvisando un onere “sproporzionato” a carico dei dipendenti pubblici, la bocciatura vera e propria sul TFR non c’è stata. Cancellare le norme vigenti con un colpo di spugna avrebbe un impatto dirompente sui conti pubblici. Le stime arrivano fino a 15,6 miliardi tra eliminazione dell’attesa iniziale e della rateizzazione. A pagare sono coloro che hanno servito lo stato. Pensate che l’attesa dei 12 mesi, ridotta da quest’anno a 9 mesi grazie all’ultima legge di Bilancio, scatta dal momento in cui il dipendente avrebbe maturato il diritto al pensionamento senza anticipo. Questo implica un’attesa fino ai 7 anni per coloro che sono andati in pensione prima dell’età pensionabile.

Quanto emerge dalla giurisprudenza è avvilente per il cittadino: la ragion di stato giustifica un’ingiustizia. Perché tale è impedire ad un lavoratore di avere accesso al suo stesso stipendio. Lo stato considera il TFR una cosa propria e non soldi dei suoi ex dipendenti pubblici. Qualcosa di simile accade nel settore privato, dove le norme tendono ad irrigidire le relazioni tra lavoratore e impresa. Tanto per fare un esempio, se le due parti si accordassero per un anticipo del pagamento, non potrebbero farlo oltre i limiti e le condizioni stringenti fissate.

Prestito agevolato per ricevere i propri stessi soldi

Per i dipendenti pubblici c’è stata anche la beffa. Chi volesse ottenere un anticipo del TFR dopo essere andato in pensione, può ricevere un prestito fino a 45.000 euro a tasso agevolato. Esso si ottiene sommando uno spread dello 0,50% al rendistato (rendimento medio lordo dei titoli di stato in circolazione e negoziati sul mercato in un dato mese). Ai valori di febbraio, oggi un prestito costerebbe circa il 3,45% e sulla somma massima finanziabile il neopensionato pagherebbe oltre 1.500 euro all’anno di interessi.

Per avere ciò che gli spetterebbe di diritto.

Come la prendereste se il vostro capo vi dicesse che per ricevere lo stipendio puntualmente dovreste pagare? Il fatto che il capo in questione sia lo stato, non rende il caso meno grave. Anzi, lo rende ancora più sconcertante. Ed è facile fare ironia sui cliché dei dipendenti pubblici, sul fatto che alla fin fine siano pur sempre più fortunati di chi uno stipendio non sa se il prossimo mese lo riceverà, ecc. La verità è che lo stato ha degradato le condizioni del lavoro sotto gli occhi impassibili di tutti. Ha diffuso l’idea che può diventare all’occorrenza un cattivo pagatore verso i propri stessi cittadini. Se lo facesse con i creditori finanziari, si chiamerebbe default.

TFR ai dipendenti pubblici colpo al ceto medio

Il TFR per i dipendenti pubblici e privati è stato a lungo un traguardo atteso per incassare liquidità con cui sostentarsi durante il pensionamento o aiutare i figli a comprare casa, sposarsi, i nipoti a studiare, ecc. Il patto tradito ha impattato sulle vite di milioni di famiglie italiane più di quanto s’immagini. Ha contribuito a segnare la fine dello status di quel ceto medio, che per decenni ha fatto la fortuna di un’economia divenuta tra le più grandi al mondo. Non è così che si fanno quadrare i conti pubblici.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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