La Russia si è detta pronta a inviare una nave carica di greggio per Cuba, al fine di metterla al riparo da una emergenza umanitaria. Ma l’ultimo approdo nei porti dell’isola risale agli inizi di gennaio e riguardò una spedizione dal Messico. La crisi petrolifera si fa insostenibile per il regime castrista, provocata dal blocco imposto dagli Stati Uniti dopo la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela. La marina americana nel Mar dei Caraibi impedisce i rifornimenti, che per decenni erano arrivati semi-gratis da Caracas.

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Crisi petrolifera a Cuba tra blackout e servizi all’osso
La situazione è così difficile che Habanos ha annunciato il rinvio della fiera dei sigari, che si sarebbe dovuta tenere negli ultimi giorni di febbraio. Un appuntamento che avrebbe attirato investitori e curiosi da tutto il mondo e che prevede ogni anno la visita ad una fattoria e presso una fabbrica di tabacco, oltre che una cena di rappresentanza. La decisione si è resa obbligatoria per i frequenti blackout che colpiscono Cuba ormai per gran parte delle ore durante il giorno. Per non parlare dell’assenza di voli verso l’isola, dato che le compagnie straniere li hanno sospesi per non compromettere la sicurezza e la salute dei turisti.
E’ emergenza. I camionisti hanno ricevuto l’ordine di prenotare i rifornimenti di benzina per evitare le lunghe code nei distributori. La benzina viene venduta a 1,30 dollari al litro, prezzo che al mercato nero può arrivare a 6 dollari. Una cifra incredibilmente alta per un’economia in cui lo stipendio medio nel pubblico impiego vale meno di 20 dollari al mese. La carenza di carburante sta riducendo all’osso anche servizi essenziali come sanità e raccolta dei rifiuti.
I camion dell’immondizia limitano gli spostamenti e i sacchi si stanno accatastando gli uni sugli altri per le strade, allontanando ulteriormente i turisti stranieri e unica fonte di accesso alla valuta pesante.

Negoziato sotterraneo con USA di Trump Rubio
Quel poco di scorte di petrolio serve, oltre che per far andare avanti gli ospedali, a garantire al regime la difesa minima dell’isola. Questione di qualche settimana prima che i militari non siano più nelle condizioni di spostarsi con i loro mezzi. La settimana lavorativa è stata ridotta dal governo a 4 giorni per limitare proprio i consumi di carburante. E la produzione interna, agricola compresa, è collassata. Rispetto alle 10 milioni di tonnellate di zucchero all’anno, che l’allora presidente Fidel Castro ambiva ad ottenere per rendere l’isola indipendente per questa materia prima, il raccolto di quest’anno è precipitato a sole 150.000 tonnellate. Cuba è costretta ad importare zucchero e non riesce più neanche a produrre il rum per cui è famosa in tutto il mondo insieme ai sigari. Una catastrofe che non lascia a L’Avana alcuna alternativa se non quella di avviare trattative con il nemico di sempre: gli Stati Uniti.
Il presidente Donald Trump ha definito Cuba “una nazione al fallimento” e ha dato mandato al segretario di Stato, Marco Rubio, nato in Florida da genitori cubani, di negoziare con il regime comunista. Tuttavia, ha escluso che Washington tratti con il presidente Miguel Diaz-Canel, giudicato appena “una figura di pura rappresentanza”. Trump ha spiegato che il negoziato dovrà avvenire con “persone di alto livello”, che nell’isola abbiano un vero peso politico e decisionale. Rubio chiede due cose in cambio dell’allentamento dell’embargo petrolifero: maggiore libertà economica e rilascio dei prigionieri politici.
Modello Venezuela o regime change?
Qual è il vero obiettivo della Casa Bianca? Non lo sa quasi nessuno. C’è chi spera che punti al cambio di regime e chi crede che più realisticamente voglia replicare il “modello Venezuela”. Dopo la cattura di Maduro di un mese e mezzo fa, gli Stati Uniti non hanno cercato di abbattere la dittatura, bensì di gestirla. Vogliono evitare di ripetere gli errori in Iraq e Afghanistan, dove la cosiddetta “esportazione della democrazia” ha dimostrato di non funzionare riguardo a istituzioni che non hanno mai conosciuto il modello politico occidentale. E se Caracas fu una democrazia fino all’avvento di Hugo Chavez al potere, L’Avana non lo è mai stata.
Nel concreto, il governo americano vuole che Cuba apra alle aziende USA in settori infrastrutturali come energia e telecomunicazioni. E pretende che Cina e Russia siano definitivamente cacciati dall’area. La spartizione del mondo in sfere d’influenza serve nella visione trumpiana a garantire agli Stati Uniti il controllo totale delle Americhe. In cambio, Mosca e Pechino non verrebbero insidiate in Asia. Una posizione che preoccupa molto l’isola di Taiwan, che teme di non essere più protetta dall’alleato americano nel caso di invasione cinese.
Crisi petrolifera massima pressione su Cuba
Cuba è un regime comunista sin dal 1959 e da allora sono passati 12 presidenti americani, nessuno dei quali è riuscito nell’intento di ribaltare le istituzioni nell’isola. Ma la crisi petrolifera si è fatta troppo intensa per evitare una qualche concessione.
E’ probabile che Trump non desideri un collasso vero e proprio, cosa che provocherebbe orde di sbarchi sulle coste della Florida da parte di cubani in fuga. Più che destabilizzare, vorrebbe massimizzare la pressione sul governo per spingerlo ad aprire all’economia di mercato e alle libertà politiche, magari rimpiazzando i propri vertici. La speranza è che nel tempo si creino le condizioni per un cambiamento dall’interno. Per il momento, però, prevale tra i cubani l’obiettivo di mettere assieme pranzo e cena o anche solo uno dei due pasti.
giuseppe.timpone@investireoggi.it