Si riunisce in queste ore e per la prima volta nel 2026 il Consiglio dei Governatori (board) della Banca Centrale Europea (BCE) per valutare le prossime mosse di politica monetaria. Sarà anche il primo a vedere la partecipazione del governatore bulgaro dopo l’ingresso di Sofia nell’euro all’inizio dell’anno. I mercati non si aspettano novità sui tassi di interesse, i quali resterebbero invariati. Non ci sono segnali da Francoforte, che lascino pensare il contrario. E non per assenza di eventi, ma forse proprio per l’opposto. I tassi sui depositi bancari, che ormai sono diventati il vero riferimento nell’Eurozona per il costo del denaro, furono tagliati l’ultima volta nel giugno scorso al 2%.
Erano saliti ad un massimo del 4% fino alla metà del 2024.
Tassi BCE: inflazione giù e crescita resiliente
Ieri, l’Eurostat ha reso noto che l’inflazione nell’Eurozona è scesa all’1,7% a gennaio, ai minimi da 16 mesi. Un segnale rassicurante per la BCE, che anche in virtù di altri dati può allontanare dai suoi radar il primo rialzo dei tassi. Infatti, il cambio euro-dollaro è salito fino a infrangere la soglia di 1,20 nei giorni scorsi, per la prima volta dal 2021. E i prezzi del petrolio restano sotto controllo: il Brent viaggia tra 67 e 70 dollari al barile contro i 75-80 dollari di un anno fa.
Sono tutti elementi che lasciano immaginare tassi stabili anche nei prossimi mesi. Possibile un taglio? Non per oggi. Esistono diversi appigli per giustificare l’assenza di un ulteriore allentamento monetario. Anzitutto, la crescita del Pil nell’area si è mostrata più resiliente delle previsioni.
Quanto basta per evitare di dover scendere in campo a sostegno dell’economia. L’inflazione “core”, al netto di generi alimentari ed energia, è scesa anch’essa a gennaio al 2,2%, ai minimi da ottobre 2021. Tuttavia, resta sopra il target del 2%. Infine, una dozzina di Paesi dell’area (e quasi certamente anche l’Estonia, che deve ancora diramare il proprio dato) registra tassi d’inflazione sopra il 2%.
Tensioni commerciali e geopolitiche
Soprattutto, il contesto internazionale di rivela talmente imperscrutabile da suggerire estrema prudenza. I dazi USA non hanno impattato granché sull’economia europea, ma è ancora presto per tirare le somme. Le crescenti tensioni commerciali possono frenare la nostra crescita e spingere al rialzo i costi di produzione a causa dell’accorciamento delle filiere. Sono processi di lungo periodo, ma è anche vero che l’amministrazione Trump ha dimostrato negli ultimi mesi di sapere accelerare i dossier anche in maniera repentina.
Se la cattura di Nicolas Maduro prospetta un aumento della produzione petrolifera nel Venezuela, l’Iran è tutta un’incognita. Escluso per il momento un nuovo shock energetico come negli anni Settanta o nel 2022 con la guerra tra Russia e Ucraina, ma la prudenza è d’obbligo. Per questo la BCE confermerà tramite la sua governatrice Christine Lagarde che si atterrà ai dati (“data dependent”) per decidere le prossime azioni sui tassi. E’ probabile che la comunicazione volga in un senso o nell’altro già all’inizio della primavera, alla luce dei nuovi dati macroeconomici disponibili.
Curva dei rendimenti non prezza variazioni
L’andamento dei rendimenti obbligazionari stessi non prelude a un cambio imminente di direzione. I Bund a 2 anni, che seguono l’andamento dei tassi sui depositi alla BCE, offrono poco più di questi e dai massimi di dicembre rendono lo 0,10% in meno. I contratti forward sull’Euribor a 3 mesi prezzano un primo rialzo solo nell’estate dell’anno prossimo e nel frattempo non intravedono un nuovo taglio. E’ vero anche, però, che l’istituto stesso indirizza i mercati con le sue esternazioni formali e ufficiose. Se vorrà limare il costo del denaro entro i prossimi mesi, lo evidenzierà anzitempo. E lo stesso se vorrà anticipare la stretta.
giuseppe.timpone@investireoggi.it