Il cambio tra dollaro e yen ha raggiunto nell’ultima seduta di questa settimana il valore di 159,627, il più debole per la valuta nipponica da luglio 2024. In quell’occasione, aveva sfiorato 162 e si era portato ai minimi da fine anni Ottanta. Se bucasse anche quel livello, si riporterebbe ai valori del 1987. La guerra in Iran sta avendo ripercussioni anche sul Sol Levante, accentuando una debolezza strutturale del cambio che si trascina da anni per via della divergenza monetaria.

Yen debole con guerra in Iran
Intervenuto in Parlamento, il ministro delle Finanze, Satsuki Katayama, ha posto l’accento sull’importanza di una valuta stabile per le vite delle persone.
In Giappone è proprio il Ministero delle Finanze ad autorizzare la banca centrale ad intervenire sul mercato forex. L’ultima volta che ciò accadde, fu proprio nel luglio del 2024 con acquisti per 5.500 miliardi di yen (circa 34,5 miliardi di dollari al tasso di cambio attuale).
In realtà, un intervento imminente della Banca del Giappone non è ritenuto molto probabile. A differenza di due anni fa, non c’è alcun attacco speculativo ai danni dello yen. In quel caso, Tokyo beneficerebbe del sostegno della Federal Reserve, che a gennaio ha reso noto di avere un accordo con la sua omologa nipponica per un eventuale intervento “congiunto” a sostegno dello yen. Nell’estate del 2024, le posizioni short erano 180.000 contro le 16.575 attuali. Qui, si tratta di forza del dollaro contro tutte le principali valute mondiali. C’è una fuga dei capitali verso la divisa americana per effetto della guerra, che accresce l’avversione al rischio sui mercati finanziari.
Lo yen non sta venendo colpito più delle altre valute, anzi sta reagendo persino meglio.
Intervento sul mercato forex non imminente
Quale sarebbe il livello di cambio a cui scatterebbe un intervento della Banca del Giappone? Probabile che questa voglia attendere prima che venga eventualmente raggiunto il record negativo di due anni fa. La sua policy prevede di attendere prima che il cambio si avventuri su livelli di estrema debolezza prima di intervenire, così da infliggere le maggiori perdite possibili agli speculatori. Ripetiamo, però, che questo è un caso diverso. Non c’è speculazione, bensì un “fly to quality” che sta avvantaggiando il dollaro.
A dire il vero, la Banca del Giappone avrebbe modo di contrastare lo yen debole in questo frangente di guerra; non vendendo asset in dollari, bensì alzando i tassi di interesse. Ancora fermi allo 0,75%, il mercato obbligazionario sconta ormai appieno un loro rialzo di almeno mezzo punto percentuale nel breve periodo. Il rendimento sovrano a 2 anni è tornato a sfiorare l’1,30%. Una mossa che non piacerebbe alla premier Sanae Takaichi, reduce da un trionfo elettorale inimmaginabile fino alla vigilia. La sua politica fiscale espansiva richiede tassi bassi per evitare che il debito pubblico, già al 235% del Pil, esploda ulteriormente.
Stretta sui tassi compromette il piano Takaichi
A gennaio l’inflazione nipponica è scesa ancora all’1,5% dal 2,1% di dicembre e, soprattutto, dal 2,9% di novembre.
Il governo è stato sin qui capace di frenare la corsa dei prezzi con sussidi per ridurre i prezzi di energia e generi di prima necessità. Questa impostazione, tuttavia, grava sui conti pubblici, sebbene abbia allontanato nelle scorse settimane la prospettiva di una nuova stretta monetaria. La guerra in Iran e il conseguente yen debole sul mercato valutario sta rimettendo tutto in discussione. Fa impressione notare che il cambio si stia portando ai livelli di quasi quattro decenni fa, quando ancora alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan, l’artefice dell’Accordo di Plaza per svalutare il dollaro principalmente contro lo yen.
giuseppe.timpone@investireoggi.it