Il Venezuela post-Maduro ha già compiuto 3 mesi e muove i suoi primi passi verso un’apparente giusta direzione. Alla presidenza c’è Delcy Rodriguez, che fino al 3 gennaio scorso era stata la numero due del regime “chavista”. Mentre prestava giuramento per supplire il capo dello stato catturato dalle forze militari americane con un blitz a Caracas, ha inscenato una dura reprimenda contro gli Stati Uniti e invocato il rilascio dell’ex dittatore. Con le settimane si è avuta l’impressione che la pasionaria socialista sia stata l’artefice della sua consegna bell’e buona. I 90 giorni sono scaduti e, Costituzione alla mano, servirebbe almeno una proroga di pari durata per giustificare la sua permanenza al potere.
Non è arrivata e non è detto che si renderà necessaria per consolidare il nuovo status quo.
Venezuela post-Maduro: primi risultati
I rapporti con l’amministrazione Trump sono buoni; le sono state persino appena revocate le sanzioni dagli Stati Uniti e che la vedevano nella lista nera delle personalità venezuelana a cui era vietato fare affari con soggetti americani con relativo congelamento dei beni. Un disgelo che la donna più potente del Venezuela post-Maduro si è conquistato su campo. Ha fatto approvare dall’Assemblea Nazionale, presieduta dal fratello Jorge, una nuova legge sugli idrocarburi a distanza di circa 20 anni da quella rigida sotto Hugo Chavez.
Le joint venture con le compagnie petrolifere americane sono state rese più agevoli. Le dispute saranno maggiormente sottoposte all’arbitrato internazionale e le royalties scendono dal 33% ad un minimo del 15%. Soprattutto, le compagnie straniere possono ora porsi a capo di un progetto estrattivo, garantendone l’esecuzione e condividendo i profitti con lo stato sudamericano.
I primi risultati stanno arrivando: esportazioni di petrolio a marzo in crescita a 1,09 milioni di barili al giorno, ai massimi da 6 mesi. Triplicate (+192%) su base annua quelle verso gli USA ad una media di 329.500 barili al giorno.
Crescita economica accelera
Grazie anche al boom delle quotazioni petrolifere internazionali, i proventi complessivi per l’intero anno sono attesi in crescita sopra i 22 miliardi di dollari dai 18 del 2025. Ciò trainerà il Pil, che secondo stime indipendenti salirebbe del 12,1% dopo il +2,4% dello scorso anno. Numeri senza dubbio positivo in questi primi mesi di Venezuela post-Maduro. Ma altri confermano la strutturalità di una crisi insuperabile con il solo cambio di leadership. L’inflazione, che nella media del 2025 era stata del 475,3%, a febbraio di quest’anno sfiorava il 618%. Gli analisti la vedono in calo al 155% entro dicembre, comunque sempre in tripla cifra.

Crisi del cambio e stamperie monetarie
Alla base c’è il solito problema: le stamperie della banca centrale per monetizzare il deficit di bilancio. Lo stato stampa per coprire spese altrimenti non sostenute dalle entrate e tutto ciò si riflette sui prezzi al consumo. L’aggregato monetario M3 a febbraio risultava in crescita del 1.500% su base annua. I contraccolpi al tasso di cambio con il dollaro non stanno venendo meno: -36% dalla cattura di Maduro, -84% su base annua.
Il bolivar continua a collassare sul mercato e così sarà fintantoché la monetizzazione del debito non sarà cessata e le riserve valutarie non cresceranno.

E tutto questo può avvenire solo se il Venezuela riuscirà ad esportare molto più petrolio con afflusso di dollari in evidente aumento. Peccato che la produzione sia attesa per fine anno in crescita solo ad un livello modesto di 1,217 milioni di barili al giorno. Serviranno anni e centinaia di miliardi di dollari in investimenti per raddoppiarla e portarla dopo ai massimi storici di 2,5-3 milioni di barili al giorno. Il picco fu toccato alla fine degli anni Novanta, prima che Chavez prendesse il potere. E successivamente quasi fu sfiorato nuovamente nel 2014.
Più petrolio esportato (meglio se a prezzi più alti) farebbe affluire più dollari e consentirebbe a cittadini e imprese di importare una quantità maggiore di merci e servizi dall’estero. Ciò allevierebbe la loro carenza cronica sul mercato domestico, che ne fa salire i prezzi alla vendita. E contribuirebbe anche a stabilizzare il cambio, influenzando a sua volta al ribasso le stesse aspettative d’inflazione.
Venezuela post-Maduro con stessa mentalità chavista
Restiamo lontani da questo scenario, dato che anche il Venezuela post-Maduro sarà nel migliore dei casi un’economia ancora del tutto dipendente dal petrolio e dalla congiuntura del suo mercato globale. Servirà far attecchire un sistema di produzione diversificato, che per funzionare ha bisogno di diritti di proprietà riconosciuti e garantiti dalle leggi, un ambiente favorevole all’impresa, un sistema fiscale non oppressivo e l’eliminazione dei prezzi imposti dallo stato.
Tutte riforme che richiedono un cambio di mentalità a 180 gradi rispetto al chavismo e che risulta difficile credere possa avvenire sotto una delle più agguerrite rappresentanti di quel sistema di potere. Rodriguez non è alla presidenza per smantellare il regime in cui ha prosperato insieme al fratello. Sta cercando di salvare sé stessa e la sua cerchia da una fine altrimenti inevitabile, aprendo agli USA di Donald Trump giusto per quel poco che serve a dissuaderli dal pretendere un vero “regime change”.
giuseppe.timpone@investireoggi.it