La guerra tra USA e Iran si combatte ormai da settimane non a colpi di artiglieria, droni o lanci di missili, bensì sul mercato del petrolio. I due fronti stanno testando la capacità di resistenza dell’altro sul piano temporale. Chi cede per primo, perde. E fino al 13 aprile scorso Teheran appariva in forte vantaggio, tant’è che poteva permettersi di sbeffeggiare la superpotenza e tirarla per le lunghe con il negoziato di pace. Fino a quel giorno, il regime dei pasdaran aveva preso il controllo dello Stretto di Hormuz e impedito il transito alle navi cariche di petrolio, gas e merci.
I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle, accrescendo la pressione sulla Casa Bianca e i suoi governi alleati.
Guerra del petrolio tra USA e Iran
L’Iran esportava petrolio più di prima e a prezzi più alti, essendo anche l’unico a decidere chi far passare o meno da Hormuz. Gli USA hanno ribaltato lo schema, imponendo a loro volta il blocco navale dal 13 aprile e impedendo così alle navi iraniane di lasciare i porti. Kpler calcola che le esportazioni medie giornaliere siano crollate per Teheran dagli 1,85 milioni di barili di marzo ad appena 567.000 nelle ultime due settimane. Per Goldman Sachs, l’Iran ha già dovuto tagliare la produzione di 2,5 milioni di barili al giorno la scorsa settimana e potrebbe ridurla ulteriormente di 1,5 milioni entro metà maggio.
Non riuscendo più a vendere petrolio a causa del blocco USA, l’Iran è costretto a stoccare i barili nei depositi sparsi in tutto il territorio nazionale. Ma le stime indicano che entro il 20 maggio al massimo non avrebbe più spazio per farlo.
Gli stoccaggi sono pieni. Questo costringerà già nei prossimi giorni il regime islamista a tagliare la produzione con annessa perdita di risorse con cui sostentarsi e accrescendo il malessere della popolazione.
Iran teme tracollo finanziario
L’impatto finanziario, tuttavia, non sarebbe immediato. Oltre il 90% del petrolio l’Iran lo esporta in Cina e le sue navi impiegano due mesi per giungere a destinazione. E di solito ci mettono fino ad altri due mesi per ricevere i pagamenti. Questo significa che, se anche la produzione stia collassando, le prime avvisaglie di vera crisi si noteranno tra luglio e agosto. In realtà, la leadership iraniana non vuole arrivare a quel punto e, infatti, ha già cambiato linguaggio. Non minaccia più e si mostra pronta ad un accordo anche immediato, rinviando la discussione sul nucleare in cambio della riapertura di Hormuz.
Gli USA non stanno cedendo. Sanno che il vantaggio del nemico sta evaporando di giorno in giorno e che tra qualche settimana al massimo esso sarebbe costretto a implorare un accordo pur di tornare ad esportare petrolio. D’altra parte, più giorni passano senza che lo stretto riapra e più lo spettro dell’inflazione si fa concreto con effetti duraturi. Teheran spera che i consumatori (ed elettori) globali perdano la pazienza prima di dovere alzare bandiera bianca.
Il caro bollette inizia a farsi sentire e le banche centrali saranno obbligate a reagire al più tardi entro giugno.
Stagflazione già quasi realtà
Domani, con ogni probabilità la Banca Centrale Europea terrà i tassi di interesse invariati proprio per l’elevata incertezza nel Golfo Persico. Tutti sanno che siamo a una guerra più psicologica che con le armi tra Iran e USA, dove il petrolio gioca un ruolo decisivo. Da un lato, i prezzi alti mettono fretta all’amministrazione Trump per chiudere il conflitto. Dall’altro, questo stallo sta trasformandosi in un vantaggio negoziale per Washington dopo che per un mese e mezzo era avvenuto il contrario. L’accordo è vicino, anche se non necessariamente i tempi collimeranno con quelli dell’economia mondiale. La stagflazione era un spettro a marzo, un rischio sempre più concreto ad inizio aprile e una quasi realtà oggi. Se anche riapre Hormuz subito, il pieno ritorno alla normalità non avverrà prima di fine giugno. Parola dell’Arabia Saudita.
giuseppe.timpone@investireoggi.it