Entro stasera, orario di Washington, il presidente americano Donald Trump aveva concesso tempo all’Iran per trovare un accordo di pace. Ha esteso poche ore fa a tempo indeterminato la scadenza. Una delegazione guidata dal vice James David Vance è partita ieri sera alla volta di Islamabad, capitale del Pakistan, dove 11 giorni fa si erano interrotte le trattative. L’ultimatum della Casa Bianca, tuttavia, non è quello che sembra: gli Stati Uniti stanno simulando una posizione di forza negoziale che i fatti hanno svelato non avere. Lo stesso tycoon è stato costretto a smentire di avere fretta per un’intesa, perché ciò sembra essere la realtà.
Trump e Iran costretti ad accordo
Trump si è cacciato in un vicolo cieco con la guerra in Iran. Aveva immaginato un collasso del regime islamista per via di una possibile sollevazione popolare. A gennaio, migliaia di manifestanti erano stati trucidati nelle piazze a riprova di un sentimento di diffuso sdegno verso una dittatura sanguinaria, fanatica, corrotta e incompetente. Tuttavia, proprio la sua brutale repressione avrebbe dissuaso la popolazione dal ribellarsi sotto le bombe israelo-americane.
Pur tramortito da prime file sterminate, con un ayatollah ucciso e il figlio succedutogli forse pure, il regime resta saldo. A guidarlo ci sono i Guardiani della Rivoluzione, estremisti e agguerriti più che mai. Il più dialogante è il presidente Masoud Pezeshkian, che non ha alcun controllo, però, sulle risorse petrolifere. Queste non sono svanite con la guerra. Al contrario, sono aumentate. Teheran riesce ad esportare petrolio quanto prima e a prezzi più alti. Restano le distruzioni materiali per via dei raid nemici, ma sente di potersi permettere di trattare con l’amministrazione Trump senza affanno.
Bluff da giocatore di poker
Per questo è frustrazione alla Casa Bianca, tanto che anche ieri Trump ha minacciato di distruggere l’Iran con le bombe se non accetterà un accordo di pace entro stasera. Aveva altresì ritenuto “molto improbabile” un prolungamento dell’ultimatum, salvo contraddirsi un giorno più tardi. Più le parole del presidente sono dure e più svelano la sua voglia di mettere pressione al nemico. Il problema è che egli non può permettersi affatto di riprendere la guerra dopo la tregua. Servirebbe un attacco di terra per cambiare le sorti del conflitto, ma gli americani appaiono fortemente e trasversalmente contrari. Inoltre, l’operazione non s’improvvisa su un territorio grande oltre 5 volte l’Italia con catene montuose, deserti e con una popolazione di 93 milioni di abitanti.
Quello di Trump è un classico bluff da giocatore di poker. Egli è solito ripetere da anni di essere “il migliore giocatore al mondo”. L’Iran rischia la distruzione materiale nel caso di un mancato accordo, ma ha dalla sua opzioni terrificanti per tutti i suoi nemici: colpire le infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, continuare a bloccare Hormuz e usare i ribelli Houthi nello Yemen per attaccare anche le navi in transito nel Mar Rosso, mettendo fuori uso anche questa seconda via di navigazione. I risultati sarebbero per l’economia mondiale catastrofici: prezzi delle merci e dell’energia alle stelle, ossia recessione e inflazione con effetti a lungo termine.
Ripresa della guerra soluzione impopolarissima negli USA
Finora la pipeline Est-Ovest in Arabia Saudita ha consentito al regno di continuare ad esportare gran parte del petrolio estratto fino a 5 milioni di barili al giorno. I livelli di febbraio erano saliti a 7,276 milioni di barili in media, ma i più alti prezzi internazionali hanno grosso modo compensato i minori volumi. La situazione cambierebbe se l’Iran attaccasse questi impianti. A quel punto, il mercato globale si ritroverebbe con un ammanco giornaliero di petrolio fino al 20% del totale. Il doppio di oggi. I 200 dollari al barile sarebbero il “new normal” e possibilmente non per poco tempo.
Trump non se lo può permettere. Sondaggi in picchiata e voto di novembre stanno mettendo in allarme il Partito Repubblicano, che teme la disfatta elettorale nel caso di un mancato accordo con l’Iran entro oggi. La clessidra scorre per entrambe le parti, ma il regime sembra più attrezzato a sostenere il peso del tempo. Non ha un’opinione pubblica a cui dare conto più di tanto. Messo alle strette, può sempre riprendere i fucili e sparare alla folla. E’ il tragico “vantaggio” delle dittature contro le democrazie.
Richieste Iran a Trump
Ecco perché Trump è probabile che nelle prossime ore ceda alle richieste dell’Iran, anche se parlerà di “grande vittoria” per gli Stati Uniti. I punti salienti del negoziato sono questi: arricchimento dell’uranio, sanzioni petrolifere, sblocco dei fondi “congelati”, controllo di Hormuz e garanzie di pace a lungo termine. Washington potrebbe spingersi a sbloccare decine di miliardi di dollari iraniani in giro per il mondo, in cambio di un “congelamento” per alcuni anni del processo di arricchimento dell’uranio. In più, allenterebbe le sanzioni. L’Iran tornerebbe ad esportare alla luce del sole e ciò aumenterebbe la domanda del suo petrolio in Asia, specie in Cina e India.
Questa soluzione servirebbe a Trump non solo per evitare la recrudescenza bellica, ma anche per sbloccare la navigazione nello stretto.
Sarebbe spacciato per una vittoria il ritorno alla situazione pre-bellica, quando le navi transitavano attraverso Hormuz senza problemi. I prezzi di petrolio e gas scenderebbero di colpo, a maggior ragione se l’accordo di pace contemplasse la reintegrazione dell’Iran nei commerci mondiali. E da qui a novembre ci sarebbe il tempo per fare dimenticare ai propri stessi elettori repubblicani il pasticcio creato con una guerra aperta senza una preparazione sufficiente. Ma se stasera l’accordo non ci sarà, il tempo giocherà a sfavore proprio di Trump.
giuseppe.timpone@investireoggi.it