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Tesoro da 100 miliardi in borsa: il valore delle partecipazioni dello Stato nelle big italiane

Le partecipazioni dello stato italiano nelle principali società quotate in borsa si aggirano attorno ai 100 miliardi di euro in valore.
14 Aprile 2026
Partecipazioni di stato in borsa
Partecipazioni di stato in borsa © Investireoggi.it

Decine di consigli di amministrazione in scadenza stanno attirando le attenzioni della stampa sulla girandola di “poltrone” tra le grandi società quotate in borsa e in cui lo stato italiano detiene partecipazioni. Le nomine fanno gola ad ogni governo di qualsivoglia colore politico, perché è nei board che si forma quello che in gergo vengono definiti, non senza sprezzo, “i poteri forti”. La spartizione delle cariche avviene quasi sempre mescolando ragioni di partito con esigenze di curriculum professionale. Ma vi siete mai chiesti quanto valgano queste società nel loro complesso?

Partecipazioni dello stato in borsa

Noi abbiamo analizzato soltanto le prime 10 big quotate per valore di capitalizzazione.

Ne è emerso un quadro a dir poco interessante da più punti di vista. Anzitutto, ecco quali sono e i rispettivi valori di borsa aggiornati al termine della seduta di ieri:

  1. Enel 100,20 mld
  2. Eni 72,70 mld
  3. Leonardo 33,19 mld
  4. Poste Italiane 28,9 mld
  5. Banca Monte Paschi di Siena 24,5 mld
  6. Snam 22,63 mld
  7. Terna 20,64 mld
  8. Italgas 10,67 mld
  9. Fincantieri 4,96 mld
  10. Enav 2,87 mld

Prevale l’energia

Come noterete, le partecipazioni dello stato si concentrano perlopiù su società quotate in borsa attive nel settore energetico. C’è Fincantieri, che è una realtà importantissima della nautica mondiale. E troviamo anche Enav, che è l’ente che gestisce i voli aerei negli scali italiani. Infine, troviamo Monte Paschi. La banca toscana fu nazionalizzata nel 2017 per evitarne il tracollo finanziario. Il Tesoro ha negli ultimi anni ceduto diverse quote fino a scendere sotto il 5% del capitale. La premier Giorgia Meloni ha prospettato l’uscita definitiva dal capitale entro breve, essendo stato l’istituto risanato.

Ruolo pubblico di CDP

Queste partecipazioni in borsa nelle mani dello stato valgono quasi 100 miliardi di euro su una capitalizzazione complessiva che supera i 320 miliardi.

Significa che, in media, la mano pubblica detiene più del 30% del capitale delle big 10. Attenzione ad un dato: abbiamo preso in considerazione non solo le partecipazioni dirette in mano al Ministero di economia e finanze (cosiddetto “Tesoro”), ma anche di Cassa depositi e prestiti. Questi è un ente a sua volta partecipato dal Tesoro per l’82,77%.

Può accadere che per ragioni contabili o regolamentari (comunitarie, perlopiù), lo stato italiano abbia trasferito gran parte delle partecipazioni in suo possesso a CDP. In questo modo, alcune società in borsa risultano ufficialmente pubbliche solo in minima parte, mentre lo sono di fatto. Ad esempio, il 29,26% di Poste Italiane lo possiede il MEF e il 35% CDP. Totale: 64,26% di controllo statale. In Enel i rapporti sono ancora più sbilanciati in favore dell’ente: 2,166% contro 30,918%. La somma porta il totale in mano allo stato sopra il 33%.

Partecipazioni indirette

In realtà, ci sono anche società quotate in borsa e controllate dallo stato attraverso partecipazioni indirette. E’ il caso recente di TIM. Il capitale dell’ex monopolista pubblico è posseduto per il 27,32% da Poste Italiane, che tra l’altro ha da poco lanciato un’OPAS per tendere alla fusione tra le due società. E TIM capitalizzava ieri 14,5 miliardi, per cui sarebbe come se dicessimo che lo stato detiene altri circa 4 miliardi di euro nell’asset telefonico.

E ci sono anche società non quotate a partecipazione statale, come FiberCop (ex NetCo), cioè quella nata dallo scorporo della rete da TIM. Il MEF figura tra i soci con circa il 16%.

Privatizzazione: liquidità subito e rinuncia ai dividendi

Se lo stato decidesse di vendere tutte le partecipazioni in borsa tra le suddette società, incasserebbe non meno di 100 miliardi. Anzi, probabile che in alcune realtà come Eni, Enel e Poste spunterebbe un premio sui prezzi di mercato per la cessione di fatto del controllo a soggetti privati. Perché non lo fa? Non esiste un’unica risposta. La mano pubblica è considerata dai più (in politica) come necessaria per garantirsi il controllo delle reti infrastrutturali. Un fatto di strategicità, insomma.

Ci sono considerazioni di altra natura. Lo stato incassa anche lauti dividendi grazie a queste partecipazioni in borsa. I dati variano di esercizio in esercizio, com’è ovvio dipendendo dai risultati conseguiti. Gli ultimi disponibili parlano di un incasso complessivo tra MEF e CDP per 3,5 miliardi. Rappresentano circa lo 0,15% del Pil. Non ci fanno un bilancio, ma aiutano con la liquidità. Un’analisi benefici-costi relativa a una privatizzazione deve tenere conto anche di questo nel calcolo strettamente finanziario. Vendere significa rinunciare ai futuri dividendi per incassare oggi.

Effetti positivi su debito pubblico e interessi

Tuttavia, gli incassi delle privatizzazioni possono servire ad abbattere il debito pubblico. Ed esso costa attualmente circa il 3%, per cui i suddetti 100 miliardi ci farebbero risparmiare 3 miliardi all’anno di spesa per interessi. Trattasi di una somma molto simile a quella dei dividendi. Cosa significa? Non esiste un forte impulso a privatizzare, a meno di fare riferimento ad altre ragioni. Ad esempio, i mercati premierebbero il fatto che riuscissimo ad abbattere il debito di un centinaio di miliardi, qualcosa come il 4,5% del Pil. Lo stock rimarrebbe elevato, ma lo spread si restringerebbe ulteriormente. Verrebbe valutata in positivo la buona volontà mostrata nel risanare i conti pubblici.

Lo stato potrebbe anche utilizzare parte dei proventi per sostenere investimenti pubblici ad alto potenziale di crescita, come per le infrastrutture.

Ciò genererebbe un maggiore Pil, che andrebbe a migliorare la situazione fiscale di medio-lungo periodo. Ma privarsi di partecipazioni in realtà di borsa molto decisive non è facile per la politica, in Italia come all’estero. Il timore di perdere il “controllo” dell’economia che conta è sempre alto, così come che questi vada a finire in mani “sbagliate”.

Partecipazioni di stato in borsa: dividendi concentrati

Un’ultima annotazione: le partecipazioni in borsa non sono tutte egualmente remunerative per lo stato. Il “malloppo” è concentrato per l’80% in tre società: Enel, Eni e Poste. In tempi di magra per i prezzi dell’energia, anche i dividendi riscossi dal Tesoro tendono a crollare in valore assoluto.

Partecipazioni statali in borsa, dividendi
Partecipazioni statali in borsa, dividendi © Investireoggi.it

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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