Il Consiglio di Amministrazione di Poste Italiane ha deliberato a sorpresa nella serata di ieri un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) sul capitale totale di TIM, di cui già detiene una partecipazione del 24,81%. Offrirà a ciascun sottoscrittore 0,0218 nuove azioni proprie per ogni 1 azione portata in adesione e un pagamento in contanti di 16,7 centesimi. Poiché il titolo della società guidata da Matteo del Fante ha chiuso la seduta di venerdì a 21,45 euro e il gruppo telefonico a 0,58 euro, la proposta si rivela a premio di oltre il 9% per gli azionisti del secondo.
OPAS di Poste su TIM: colosso delle tlc
L’OPAS di Poste è subordinata al controllo di almeno il 66,67% di TIM. Nel caso in cui l’operazione si concludesse positivamente, verrebbe effettuato il delisting della compagnia telefonica da Piazza Affari.
In altre parole, essa non sarebbe più quotata in borsa. Nascerebbe il colosso delle telecomunicazioni “Postim” con ricavi per 26,9 miliardi di euro, profitti operativi per 4,8 miliardi e 150 mila dipendenti. Il nuovo soggetto si ritroverebbe a gestire una rete di 13 mila uffici postali e di 4.000 punti TIM. Cosa non meno importante, questa è sparsa in modo capillare sull’intero territorio nazionale.
L’aggregazione porterebbe a sinergie stimate in 700 milioni. Poste crede di poter aumentare i ricavi di 200 milioni, grazie all’uso delle sue filiali per vendere ai clienti i servizi TIM. Insieme, avrebbero 24 milioni di clienti: 19 milioni TIM e 5 milioni PosteMobile. L’operazione consentirebbe alla compagnia anche di sfruttare in toto imposte anticipate per 982 milioni al 31 dicembre 2024. A seguito dell’integrazione, nel caso in cui tutti gli azionisti di TIM aderissero all’offerta, il costo per Poste sarebbe di 10,8 miliardi di euro, sebbene per soli circa 2,8 miliardi regolato in contanti.
Telefonia torna in capo allo stato
Lo stato, che controlla Poste al 55,26% tra Tesoro (29,26%) e CDP (35%), resterebbe al timone della nuova società con una quota attorno al 50%. L’OPAS arriva al termine di lunghi anni di sconvolgimenti per l’ex monopolista della telefonia. Agli inizi del 2018 CDP entrava nel suo capitale per insidiare l’allora controllante francese Vivendi. Con il governo Meloni si arriva finalmente allo scorporo della rete in capo ad una società (ex NetCo) oggi chiamata FiberCop e controllata dal fondo americano Kkr con il 37,8% e con la presenza del Tesoro al 16%.
Nel frattempo, CDP vendeva la sua partecipazione a Poste Italiane, che ha a sua volta rilevato di recente gran parte della quota dismessa da Vivendi, ereditandone di fatto il controllo. A quasi 30 anni dalla privatizzazione, lo stato è tornato a controllare TIM (ex Telecom Italia). L’OPAS di Poste è il completamento di un progetto politicamente trasversale e che era iniziato quasi una decina di anni fa, finalizzato a sottrarre un asset strategico dalle mire di società straniere. Piazza Affari perderebbe un’altra “blue chip”. Anche dopo lo scorporo, TIM in borsa sfiorava i 13 miliardi di capitalizzazione al venerdì scorso. Poste è balzata a 27,6 miliardi dopo avere più che raddoppiato la quotazione nell’ultimo quinquennio.
giuseppe.timpone@investireoggi.it