Un aumento importante delle pensioni è atteso da gennaio 2027. La notizia, diffusa nei giorni scorsi, è diventata rapidamente virale. Quando si parla di incrementi degli assegni previdenziali, infatti, l’attenzione dei pensionati è sempre molto alta.
Tutto nasce dalla consueta rivalutazione annuale delle pensioni, il meccanismo con cui l’INPS adegua gli importi all’andamento dell’inflazione, così da salvaguardare il potere d’acquisto dei trattamenti previdenziali.
Secondo le prime stime, l’adeguamento previsto per il 2027 potrebbe essere sensibilmente più elevato rispetto a quello applicato nel gennaio 2026, proprio perché il tasso di inflazione risulta più alto. Ma a quanto potrebbe ammontare realmente l’aumento?
Sulle pensioni da gennaio 2027 almeno 220 euro in più, ecco cosa c’è di vero
Con il rateo di pensione di gennaio 2027 arriverà la nuova rivalutazione degli assegni erogati dall’INPS. Come avviene ogni anno, gli importi saranno adeguati sulla base del tasso di inflazione rilevato dall’ISTAT.
Le prime previsioni sono incoraggianti, soprattutto se confrontate con gli aumenti riconosciuti nel gennaio 2026, quando il tasso di inflazione preso a riferimento si è attestato intorno all’1%.
Per il 2026, invece, le stime indicano un’inflazione pari a circa 2,8%, valore che dovrà comunque essere confermato ufficialmente nei prossimi mesi.
La perequazione automatica, cioè il meccanismo che adegua le pensioni al costo della vita, utilizza come riferimento l’indice FOI (Famiglie di Operai e Impiegati) calcolato dall’ISTAT.
Una volta certificato il dato definitivo, il Ministero dell’Economia e delle Finanze emana il decreto che stabilisce la percentuale di rivalutazione, mentre l’INPS, con una successiva circolare, aggiorna gli importi delle pensioni in pagamento.
Anche nel gennaio 2027 sarà seguito questo iter.
Ecco i calcoli e come cambieranno i trattamenti in base all’inflazione
Al momento il tasso di rivalutazione non è ancora definitivo. Tuttavia, le ultime previsioni contenute nel Documento di Finanza Pubblica (DFP), che ha sostituito il precedente DEF, indicano un’inflazione programmatica pari al 2,8%.
Se questa percentuale sarà confermata, gli aumenti risulteranno sensibilmente superiori rispetto a quelli riconosciuti nel 2026.
La rivalutazione continuerà ad applicarsi secondo il sistema delle fasce progressive. Per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, l’adeguamento sarà pari al 100% dell’inflazione, quindi al 2,8%.
Anche l’Assegno Sociale e il trattamento minimo INPS saranno rivalutati nella stessa misura.
Se gli importi attuali resteranno quelli oggi vigenti, l’Assegno Sociale potrebbe passare da 546,24 euro a circa 561,53 euro al mese, con un incremento di circa 198 euro l’anno.
Il trattamento minimo, invece, salirebbe da 611,85 euro a circa 628,98 euro mensili, con un aumento annuo di circa 222 euro, considerando le tredici mensilità.
Per una pensione lorda di circa 2.400 euro al mese, l’aumento potrebbe arrivare a circa 67 euro mensili, pari a oltre 870 euro lordi all’anno, sempre tenendo conto della tredicesima.
Per gli assegni di importo superiore continuerà invece ad applicarsi il sistema di rivalutazione ridotta.
Sulla quota di pensione compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo, l’aumento sarà pari al 90% del tasso di inflazione, cioè al 2,52%.
Per la parte eccedente cinque volte il trattamento minimo, la rivalutazione scenderà invece al 75% dell’inflazione, pari al 2,1%.
È importante ricordare che queste percentuali non si applicano all’intero importo della pensione. Ma soltanto alla parte che ricade nella relativa fascia. Ciò, secondo il consueto sistema di calcolo progressivo previsto dalla normativa sulla perequazione automatica.


