Se ne parla quasi tutti i giorni, ma la soluzione al problema non arriva. Gli stipendi bassi in Italia sono al centro del dibattito pubblico, anche se difficilmente con proposte costruttive o toni che non scadano nelle chiacchiere da bar. Se n’è parlato anche ieri all’assemblea di Confindustria e alla presenza della premier Giorgia Meloni. I dati si rivelano impietosi. Siamo al 21-esimo posto su 34 Paesi nella classifica OCSE per livelli retributivi con una media di 44.893 dollari a parità di potere di acquisto, -8.523 dollari rispetto alla media.
Stipendi bassi in Italia: lavoratori contro imprese
Durante l’anno, specie in estate, assistiamo da un lato al piagnisteo di imprenditori che non troverebbero mai manodopera e dall’altro alle critiche di chi li accusa di offrire stipendi talmente bassi da non risultare allettanti.
E vai con “i giovani di oggi non vogliono faticare” e “ci vogliono solo sfruttare”. La realtà, come spesso capita, non sta del tutto né con una e né con l’altra parte. Perché è senz’altro vero che in Italia ci siano tanti che si approfittano della carenza di lavoro per offrire, soprattutto al Sud, paghe orarie da fame. Ma il costo del lavoro nel nostro Paese è alto, aggiungendo i contributi previdenziali e l’Irpef per la quale il datore agisce come sostituto d’imposta. Se vuoi dare 1.000 euro a un dipendente, devi pagare in media più del doppio. Alla fine, sono tutti scontenti.
Basso gap tra laureati e non
Però, non possiamo ridurre il problema esclusivamente ad un problema di imposizione fiscale e contributiva.
C’è un dato che deve fare riflettere: il 25% dei laureati e il 33% dei diplomati ricopre una posizione per la quale è richiesto un titolo di studio più basso. In gergo, si definisce “overeducation”, cioè “eccesso di istruzione”. Avete presente quando ai colloqui vi dicono che “siete troppo qualificati”? Ecco, è un problema reale e sul quale dovremmo sorridere un po’ di meno. Un’impresa tende a non assumere un lavoratore con un titolo di studio eccessivamente più alto di quello richiesto per svolgere la mansione. Teme che abbia aspettative più elevate di quelle che potrà soddisfare.
La conseguenza di questo fenomeno è che un neolaureato in Italia percepisce in media solo il 15% in più di un collega non laureato, mentre nell’area OCSE il gap sale al 50%. E con l’anzianità di servizio da noi sale al 33%, ma restando sempre inferiore al 60% di Paesi come Regno Unito e Germania. Non è che le imprese non vogliano pagare i laureati, ma il problema è che non servono alla loro struttura produttiva. E qui si genera un apparente paradosso: nonostante abbiamo pochi laureati nel confronto internazionale, vengono mal pagati.
Pochi laureati, ma in linea sulle Stem
Il dato va contro la logica della “merce rara”. In teoria, dovremmo pagare ancora meglio quei pochi che si laureano. Sono il 31,6% nella classe di età tra 25 e 34 anni e scendono al 21-22% tra i 25 e 64 anni.
Nell’area OCSE sono rispettivamente al 44,1% e al 42%. Tuttavia, proprio perché i laureati sono da noi pochi e altrove abbondano, le imprese trovano conveniente dirigersi là dove esiste un mercato del lavoro più specializzato sul piano delle conoscenze quando devono produrre beni ad alto contenuto tecnologico. Da noi, rimangono quelle che si concentrano sulla produzione di beni “poveri”, tra l’altro esposti alla concorrenza delle economie emergenti.
Stiamo estremizzando per fare comprendere il concetto. Smentita, invece, la sensazione comune che pochi ragazzi italiani si laureino in discipline tecniche (Stem). Al contrario, essi sono il 26% contro la media OCSE del 24%. Ancora una volta, il problema sta nel fatto che siano il 26% di pochi, mentre all’estero sono grosso modo la stessa percentuale su una platea complessiva circa il doppio.
Circolo vizioso e produttività stagnante
E qua s’innesca un circolo vizioso: in Italia ci sono pochi laureati e le imprese vanno all’estero per trovarli, ma con la conseguenza che prendersi la laurea da noi ha poco senso se poi non ti offrono un lavoro uscendo dall’università o ti pagano male. Come dire: è nato prima l’uovo o la gallina? Un po’ e un po’. Stiamo recuperando un ritardo storico con il resto d’Europa e i risultati stentano ad arrivare. In passato, l’istruzione nel nostro Paese è stata percepita come una merce di basso valore. In pochi vi hanno investito e adesso lamentano stipendi inadeguati.
D’altra parte, mettiamoci in testa tutti – lavoratori, imprese, politici e giornalisti – che gli stipendi sono sempre il corrispettivo di un atto della produzione. Se produci tanto, hai diritto a reclamare un aumento della paga. Viceversa, alzare la voce non serve. Il grafico di sotto indica come si è evoluta la produttività negli ultimi 30 anni in Italia, Francia e Germania. Fatto 100 l’indice nel 1995, nel 2025 risultava salito da noi a 109,4, in Francia a 134,8 e in Germania a 147,3. La crescita annua media è stata rispettivamente di 0,3%, 1% e 1,3%. Un gap cumulato fino al 35% con i nostri diretti concorrenti.

Stipendi in Italia bassi per cause diffuse
Perché è accaduto questo? Non è che i lavoratori italiani siano più sfaticati, ma operano in condizioni relativamente peggiori: investimenti delle imprese nell’innovazione bassi o inesistenti, competenze non in linea con le richieste del mercato o, addirittura, un’elevata percentuale di dipendenti non qualificati.
Burocrazia, infrastrutture carenti, alta pressione fiscale fanno il resto. L’importante è capire che la contrapposizione tra lavoratori e imprese in Italia sull’adeguatezza degli stipendi è sterile. Le responsabilità sono molto più diffuse di quanto vogliamo ammettere.
giuseppe.timpone@investireoggi.it