Anche gli ultimi dati dell’ISTAT confermano il record di occupazione in Italia con oltre 24,3 milioni di persone al lavoro e un tasso superiore al 63%. Ma i salari continuano a tenere banco nel dibattito pubblico per via della loro inadeguatezza al costo della vita. Sembra essersi creato un paradosso: il lavoro non manca, ma i salari restano al palo. In teoria, la piena occupazione porterebbe alla crescita delle retribuzioni orarie. D’altra parte, proprio queste ultime a buon mercato avrebbero favorito le assunzioni negli ultimi anni. Se così, dovremmo iniziare ad assistere a un cambiamento positivo con la disoccupazione ai minimi storici.
Salari in Italia e mutamenti settoriali
I dati ufficiali ci dicono, in effetti, che i rinnovi contrattuali stanno migliorando le retribuzioni orarie sopra i tassi d’inflazione. Vedremo se questo recupero del potere di acquisto perduto resisterà al caro energia provocato dalla guerra in Iran. Ma quando parliamo di salari in Italia, spesso non ci interroghiamo in quali settori vengano offerti. La tabella sottostante effettua un confronto tra la situazione del mercato del lavoro nel 2007 – anno prima della crisi finanziaria mondiale – e quella del 2025.
| Settore | 2007 (milioni di occupati) | 2025 (milioni di occupati) | Variazione |
|---|---|---|---|
| Agricoltura | 0,9 | 0,8 | -0,1 mln |
| Industria in senso stretto | 5,2 | 4,5 | -0,7 mln |
| Costruzioni | 1,9 | 1,8 | -0,1 mln |
| Servizi | 15,0 | 17,0 | +2,0 mln |
| Totale | 23,0 | 24,1 | +1,1 mln |
Come avrete notato, l’occupazione è cresciuta di oltre 1 milione di posti di lavoro. Oggi, in Italia si sta complessivamente meglio rispetto a prima, nel senso che più persone risultano occupate. In questi due decenni scarsi, però, ci sono stati cambiamenti non marginali. Gli addetti al settore primario, ossia agricoltura e pesca, sono scesi da 900.000 a 800.000 unità. Ma è l’industria ad avere accusato la maggiore perdita, passando da 5,2 a 4,5 milioni di occupati: un saldo passivo di 700.000 unità.
Persino le costruzioni hanno perso 100.000 addetti, mentre il settore terziario, cioè i servizi, sono saliti da 15 a 17 milioni: +2 milioni di unità impiegate.
Più servizi e meno fabbriche
In altre parole, i servizi incidono per oltre il 70% dell’occupazione totale dal 65% del 2007. L’industria in senso stretto è scesa, invece, dal 22,6% al 18,7%. Non fate caso alle virgole, rileva il trend. Queste variazioni hanno effetti sui salari in Italia. Sentiamo dire spesso che crescano poco o restano fermi a causa della scarsa produttività. Abbiamo più volte spiegato che ciò non equivale necessariamente a giudicare i lavoratori. Se un contadino è costretto a lavorare con la zappa, certamente risulterà meno produttivo di un suo collega che dispone di un trattore. La differenza la fanno l’innovazione, la disposizione di mezzi finanziari e fisici per potenziare la produzione per ogni unità di lavoro impiegata.
La tabella ci fa compiere un ulteriore passo nel ragionamento. Non tutti i lavori possono essere ugualmente produttivi. In generale, l’industria lo è più dei servizi. Può sembrare un controsenso, dato che siamo abituati ad associare questi ultimi alle società più innovative e moderne. Più un’economia diventa ricca, maggiore il peso del terziario sul Pil e in termini occupazionali.
Questo è vero, ma avrete notato che le economie ricche tendano a crescere più lentamente delle economie meno sviluppate. Gli Stati Uniti non reggono il passo della Cina. Guarda caso, il peso dei servizi nei primi è di circa 10 punti percentuali maggiore rispetto al Pil, tutto a discapito dell’industria.
Produttività più alta nell’industria
Cosa significa produttività? Immaginate a un operaio addetto al confezionamento dei biscotti. Grazie a un nuovo macchinario, riesce a passare da 10.000 a 15.000 confezioni al giorno. E’ diventato più produttivo e il suo salario incide ora meno su ogni unità di prodotto venduta, ragione per cui può reclamare all’impresa un aumento retributivo.
E nei servizi? Facciamo l’esempio di un impiegato alle poste. Come fa ad essere più produttivo, se il suo compito consiste nel permettere ai clienti di versare e prelevare denaro sui conti o di effettuare pagamenti? La “produzione” non dipenderà da lui. Lo stesso dicasi per un insegnante: come può diventare più produttivo? A parte la difficoltà nello specifico a misurare la produzione, c’è un limite oggettivo dato dalla capienza massima dell’aula. E così discorrendo.
Già negli anni Sessanta l’economista William Baumol descrisse quello che sarebbe stato definito “morbo di Baumol”, ossia la tendenziale bassa crescita dei servizi con effetti negativi sui costi degli stessi. Egli sostenne che il terziario tenderebbe a generare inflazione con rincari necessari proprio a causa della scarsa produttività di base. In pratica, se un lavoratore vuole un aumento, grava perlopiù sul costo finale.
Salari in Italia: svolta grazie a IA?
La terziarizzazione dell’economia è avvenuta in tutto il mondo avanzato e sta attecchendo anche tra le economie in via di sviluppo. Basti pensare al turismo. Questo fenomeno contribuisce a spiegare i bassi salari in Italia, aggravando la problematica di fondo legata alla bassa produttività. Attenzione a generalizzare. Non tutti i servizi sono inevitabilmente poco produttivi. Pensiamo all’informatica, alla finanza, alla logistica avanzata, alle telecomunicazioni e oggigiorno sempre più all’Intelligenza Artificiale.
Addirittura, potrebbero essere questi comparti a tirarci fuori dalla stagnazione secolare. Il boom dell’IA, in particolare, sarebbe capace di farci compiere quel salto tecnologico indispensabile per passare da un’economia con crescita dello zero virgola a un nuovo miracolo.
I salari tornerebbero a salire sopra l’inflazione anche in Italia. Il problema è che finora la terziarizzazione da noi è passata da commercio, ristorazione, turismo, cura alla persona, cioè tutti comparti a bassa produttività. Non possiamo permetterci di perdere il treno anche dell’IA.
giuseppe.timpone@investireoggi.it