Ci sono notizie positive per il mercato del lavoro in Italia e che invitano a guardare con cauto ottimismo al trend sui salari a seguito dei rinnovi contrattuali. Nei primi tre mesi dell’anno, l’incremento delle retribuzioni orarie medie è stato stimato dall’Istat del 2,6%. E’ stato più marcato per i dipendenti della Pubblica Amministrazione (+3,2%) e meno per quelli del settore privato (+2,3%). Nello stesso periodo, l’inflazione italiana su base annua è stata in media dell’1,4%. Questo ci porta a concludere che i salari reali siano saliti di un altro 1,2%. Ed è un dato che corrobora l’andamento degli ultimi anni.
Rinnovi salari: numeri del lavoro in Italia
Già nel triennio 2024-2025 la crescita media delle retribuzioni orarie in Italia è stata superiore all’inflazione del periodo. Per l’esattezza, ha segnato un +5,6% contro il 2,5%. Dunque, una crescita reale nell’ordine del 3% pieno, anche se arriva dopo un biennio da dimenticare per i lavoratori nel Bel Paese. Infatti, nel 2022-2023 l’inflazione cumulata era stata del 14,3% contro aumenti salariali orari medi per appena il 4,1%. Questo significa che la perdita reale in soli due anni era stata del 10% secco.
Dunque, il recupero dal 2024 in avanti c’è, ma è parziale e troppo lento. Solo per il quadriennio 2022-2025 resta da colmare un gap superiore ai 7 punti percentuali. Come dicevamo, però, l’andamento positivo è proseguito nel primo trimestre di quest’anno. Se il dato fosse quello dell’intero anno, la distanza con l’inflazione scenderebbe sotto i 6 punti percentuali per il quinquennio 2022-2026. La minaccia è rappresentata dalla ripresa dell’inflazione, già in corso per effetto del caro energia alimentato dalla guerra in Iran.
C’è il serio rischio che i salari restino al palo rispetto alle dinamiche dei prezzi al consumo, confermando la lentezza nell’adeguarvisi.
Meno dipendenti in attesa di rinnovo del contratto
Ma i dati Istat segnalano anche un forte calo dei dipendenti in attesa di rinnovo del contratto. Erano il 47,3% del totale nel marzo del 2025 e nel marzo scorso scendevano al 31,2%. Nel dettaglio, i dipendenti nel settore privato con contratti scaduti ammontavano a fine marzo scorso al 12,1%, con punte del 94,2% in agricoltura, mentre risultavano il 100% nella Pubblica Amministrazione. In forte calo anche la durata della cosiddetta vacanza contrattuale: da 23,1 a 14,9 mesi. Nel settore privato, c’è stata una risalita da 11,5 a 14,7 mesi. Viceversa, nella Pubblica Amministrazione la discesa è stata da 36,6 a 15 mesi.
Tuttavia, avendo riguardo al numero dei dipendenti la durata media della vacanza contrattuale risulta essere passata in un anno da 10,9 a 4,7 mesi: da 3,8 a 1,8 mesi nel settore privato e sempre da 36,6 a 15 mesi nella Pubblica Amministrazione. Nel complesso, questi dati dimostrano un notevole miglioramento del nostro mercato del lavoro, confermato anche dai numeri sull’occupazione. Questo non significa che i rinnovi dei salari stiano già garantendo il recupero del potere di acquisto perso dai lavoratori in Italia negli anni precedenti.
Miglioramento c’è, rischi da ripresa inflazione
I dati sulla crescita delle retribuzioni orarie riguardano i contratti rinnovati, che per l’Istat sono stati 7 al 31 marzo 2026 e di cui soltanto uno relativo alla Pubblica Amministrazione per il periodo 2022-2024.
I contratti in attesa di rinnovo erano ancora 29 e coinvolgevano 4,1 milioni di dipendenti, di cui 1,2 milioni nel settore privato e 2,8 milioni nella Pubblica Amministrazione. Nel complesso, tutti i 46 contratti in vigore riguardavano 9 milioni di dipendenti, il 68,8% del totale.
I rinnovi dei salari non riguardano il 100% del mercato del lavoro in Italia. Ed esiste una fetta della popolazione occupata, per fortuna minoritaria, scoperta ed è su di essa che il governo si è concentrato con l’ultimo decreto varato alla vigilia dell’1 maggio e la previsione del “salario giusto”. Stando ai nostri calcoli, consisterebbe in un paio di milioni di occupati sugli oltre 24 milioni complessivi. Il recupero sul fronte retributivo c’è, anche se il costo della vita dopo la pandemia è diventato così alto da farlo apparire inesistente o marginale. Resta il fatto che la situazione oggi sia migliore di un paio di anni addietro. Il rischio, come detto, è che il trend positivo venga interrotto dalla ripresa dell’inflazione.
giuseppe.timpone@investireoggi.it