“La Russia è l’ultimo pezzo del puzzle per mettere in ginocchio la Cina”. Parole twittate niente di meno che dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo scorso 18 aprile. A suo dire, Mosca avrebbe intenzione di tornare a commerciare in dollari e per questo il tycoon valuterebbe il suo reinserimento nello Swift. Se questo acronimo per “Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication” non vi suona del tutto nuovo, è forse perché ne avete sentito parlare quando scoppiò la guerra in Ucraina. Tra le più potenti sanzioni comminate dall’Occidente vi fu proprio l’espulsione della Russia da questo sistema dei pagamenti internazionali.
Russia nello Swift: sistema da 5.000 mld usd al giorno
Lo Swift è un consorzio con sede nel Belgio, che sta a capo di una gigantesca infrastruttura finanziaria globale a cui partecipano circa 11.500 tra banche e grandi aziende in oltre 200 stati. Ogni giorno, processa la media di 53 milioni di messaggi e fino a 68 milioni nel 2025 per la bellezza di 520 transazioni al secondo. Nel 75% dei casi, l’accredito del pagamento avviene entro 10 minuti. I volumi giornalieri transati ammontano a 5.000 miliardi di dollari. Di questi, nel 50% dei casi la valuta di riferimento è il dollaro USA, nel 22% l’euro, nel 6,5% la sterlina, nel 3,5% lo yen e nel 3% scarso lo yuan.
Avere espulso la Russia dallo Swift nel 2022 ha equivalso a isolarla finanziariamente. Essa non riesce più a vendere il proprio petrolio in dollari e deve trovare soluzioni alternative, tra cui accettare di essere pagata in yuan. Ciò ha complicato la vita sia a Mosca, sia allo stesso Occidente, che si è privato di domanda per le sue valute da un lato e di offerta di energia dall’altro. Il risultato è stato un mix tra aumento dei costi energetici e calo dell’euro.
Il dollaro, al contrario, resta preponderante negli scambi e nella composizione delle riserve valutarie. Il suo peso non viene scalfito neppure in fasi critiche come questa, in assenza di alternative valide.
Mossa anti-Brics
Perché Trump vuole riammettere la Russia nello Swift? In primis, come leva negoziale per incentivare Vladimir Putin a trovare un accordo sull’Ucraina. Secondariamente, perché cerca di sventare il tentativo dei Brics di costruirsi una propria infrastruttura finanziaria alternativa a quella “dollaro-centrica”. Senza la Russia, il progetto fallirebbe prima ancora di essere ideato. In più, tarperebbe le ali alla valuta cinese. Pechino punta a rendere lo yuan una valuta di riferimento per la regione asiatica.
E forse non è un caso che l’idea di riammettere la Russia nello Swift sia stata twittata nel bel mezzo della guerra in Iran. La crisi di Hormuz sta indebolendo la credibilità geopolitica degli Stati Uniti. Teheran è arrivata persino a imporre un pedaggio alle navi in transito, purché pagato esclusivamente in yuan o stablecoin. Un affronto, per quanto quasi esclusivamente sul piano immaginario, al dominio del dollaro. Da cui la reazione di Trump, che non ama essere scavalcato. L’Unione Europea non concorda: avallerebbe un passo del genere solo con solide garanzie sull’Ucraina, altrimenti teme che esso finisca per rafforzare Mosca ad occupazione del Donbass in corso.
Europa grande assente
Il ritorno nello Swift per la Russia può servire anche come incentivo a mollare l’Iran e spingerla a più miti consigli su Hormuz. A Trump interessa che la navigazione nello stretto riprenda prima di subito per far riaffluire sui mercati internazionali petrolio e gas e riportarne i prezzi ai livelli pre-bellici. Fintantoché Mosca e Pechino sosterranno il regime islamista dietro le quinte, ciò resta una speranza. Il Cremlino, tuttavia, vorrebbe giungere a un accordo più ampio: riallaccio delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Un tema che al presidente americano non dispiace affatto.
In questo puzzle – per dirla alla Trump – manca una tessera: l’Europa. Resta la grande assente nello scacchiere internazionale. Corre il rischio che un eventuale accordo tra Stati Uniti e Russia, sullo Swift così come su Ucraina e Iran, passi sopra la sua testa. Nei consessi non è neppure invitata, anche perché esprime posizioni preconcette e inamovibili che la isolano quasi automaticamente dalle grandi partite che si stanno giocando. E ha già perso la seconda grande opportunità storica (la prima fu dopo la crisi finanziaria del 2008) di affiancare l’euro al dollaro come valuta di riferimento globale. Il suo declino geopolitico ed economico non fa sperare in un’inversione di tendenza in vista.
giuseppe.timpone@investireoggi.it