Il sistema previdenziale italiano necessita di una riforma da oltre dieci anni. La legge Fornero, inserendosi nel solco delle riforme precedenti, sta progressivamente allontanando la pensione dai cittadini. A dire il vero, questa tendenza riguarda gran parte dei Paesi europei, dove i sistemi pensionistici sono sotto pressione. Tuttavia, non è sostenibile continuare a posticipare l’età pensionabile. Esistono soluzioni che, se adottate, potrebbero portare a una vera riforma e al definitivo superamento dell’attuale impianto.
Riforma delle pensioni: stop agli aumenti dei requisiti e tre nuove misure
Il meccanismo più contestato è quello che lega i requisiti pensionistici alla speranza di vita.
È un sistema che non tiene conto delle differenze tra lavoratori e tra tipologie di attività svolte.
Alcuni correttivi sono stati introdotti, come il blocco degli aumenti per chi svolge lavori gravosi o usuranti, ma si tratta di interventi parziali. Sarebbe necessario scollegare definitivamente le pensioni dall’aspettativa di vita.
Oggi servono 67 anni per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi fino al 2018), ma dal 2027 si salirà a 67 anni e un mese, per arrivare a 67 anni e 3 mesi nel 2028.
Anche la pensione anticipata è diventata più onerosa:
- prima della riforma bastavano 40 anni di contributi;
- oggi servono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne;
- dal 2027 i requisiti aumenteranno ancora.
A questo si aggiunge la finestra di 3 mesi per la decorrenza, che di fatto avvicina sempre più la pensione anticipata all’età di vecchiaia.
Di conseguenza, anticipare davvero l’uscita è sempre più difficile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare tardi, ad esempio dopo un percorso universitario.
Il lavoro gravoso, le agevolazioni e perché la riforma delle pensioni deve partire da questo
Una riforma efficace dovrebbe distinguere tra categorie di lavoratori.
Non tutti i lavori sono uguali, e alcune attività risultano fisicamente insostenibili oltre una certa età.
Pensiamo a chi lavora nei cantieri, nei campi o in attività particolarmente pesanti: immaginare un lavoratore over 60 in queste condizioni è spesso irrealistico.
Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di una nuova quota 96, ad esempio con:
- 60 anni di età
- 35 anni di contributi
Questa misura potrebbe essere riservata ai lavori gravosi o usuranti, ampliando l’elenco delle categorie coinvolte. Sarebbe un modo concreto per rendere il sistema più equo e aderente alla realtà.
La previdenza complementare serve solo per aumentare la pensione futura
Un altro elemento centrale è la previdenza complementare, oggi ancora poco diffusa. Attualmente serve soprattutto a integrare la pensione futura, ma potrebbe diventare anche uno strumento per anticipare l’uscita dal lavoro.
Si potrebbe, ad esempio, prevedere che gli anni versati nei fondi pensione diano diritto a una riduzione dei requisiti.
Un’ipotesi:
- ogni 5 anni di contribuzione integrativa → 1 o 2 anni di sconto sui requisiti;
- chi ha 10 anni di fondo pensione → fino a 4 anni di anticipo.
Una misura del genere favorirebbe sia le uscite anticipate sia l’adesione al cosiddetto secondo pilastro previdenziale.
Pochi contributi e calcolo contributivo
Infine, una riforma non può ignorare chi ha pochi anni di contributi.
Sarebbe opportuno estendere a tutti – non solo ai contributivi puri – la possibilità di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di versamenti.
Il lavoratore dovrebbe poter scegliere:
- continuare a lavorare;
- oppure uscire accettando un ricalcolo contributivo, quindi un assegno più basso.
Una logica simile potrebbe ispirare anche una nuova versione di Opzione Donna, estesa a tutti, uomini compresi.
Tra i 60 e i 62 anni, dovrebbe esistere una misura che consenta un’uscita flessibile, accettando eventuali penalizzazioni. Perché la vera riforma, più che imporre regole rigide, dovrebbe restituire ai lavoratori una cosa semplice ma oggi rara: la possibilità di scegliere.