Ci sono momenti che segnano un punto di svolta in diverse materie, e le pensioni non fanno eccezione. Momenti che determinano un cambiamento storico. Fu così nel 1996, con la riforma Dini, che sancì l’ingresso del metodo contributivo per il calcolo delle pensioni e del diritto alla prestazione. E fu così anche nel 2012 con la riforma Fornero.
Ma non sono solo le riforme a segnare passaggi epocali in materia previdenziale. Ci sono anche date da segnare in rosso. Il 2019, per esempio, è stato un anno molto importante. Fino al 2018 si andava in pensione di vecchiaia con 66 anni e 7 mesi di età.
Poi, dal primo gennaio 2019, tutto è cambiato: uscita a 67 anni di età. E presto accadrà un nuovo cambiamento. Come spesso accade, con effetti negativi per i contribuenti.
Pensioni: ultima chiamata a quota 87, poi si sale
I cambiamenti negativi sulle pensioni arrivano sia attraverso riforme strutturali, come le già citate Dini e Fornero, sia tramite provvedimenti legati, ad esempio, alle aspettative di vita della popolazione. E nel 2027 è previsto un nuovo colpo in arrivo. Il 31 dicembre 2026, infatti, segna la fine della pensione di quota 87. La pensione di vecchiaia cambia ancora una volta età pensionabile.
Tutto è stato deciso e confermato con la legge di Bilancio. Dal primo gennaio 2027 è previsto un mese in più di età pensionabile. E dal primo gennaio 2028 si andrà avanti di altri due mesi, portando l’età pensionabile della pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi.
Per gravosi e usuranti ultimo anno a 66 anni e 7 mesi, poi si passa a 67 anni
Nulla sarà come prima se quanto scritto nella manovra finanziaria verrà confermato e non cancellato nel corso del 2026.
Come accaduto nel 2019 con i cinque mesi in più, una volta che l’età pensionabile sale non si torna indietro.
Solo nel 2026, quindi, ci saranno contribuenti che andranno in pensione con quella che, a tutti gli effetti, è una quota 87, ossia con 67 anni di età e 20 anni di contributi. Le pensioni di vecchiaia diventano dunque sempre più lontane. Dal 2027, inoltre, si dirà addio anche allo sconto di 5 mesi per gli addetti ai lavori gravosi e usuranti.
Questo sconto era garantito da una sorta di salvaguardia introdotta nel 2019, che prevedeva l’esclusione dagli adeguamenti alla speranza di vita e, quindi, l’assenza dei cinque mesi aggiuntivi di età pensionabile. Salvaguardia però valida solo fino al 31 dicembre 2026 e riservata ai lavoratori con 30 anni di contributi effettivi, senza considerare quelli figurativi, volontari o da riscatto.
Dal 2027, anche se queste categorie non subiranno il nuovo aumento di un mese e quello successivo di due mesi previsto nel 2028, dovranno comunque fare i conti con uno scatto secco di 5 mesi.
Addio alla quota 87? Ecco in definitiva cosa accade dal 2026
Ricapitolando, il 2026 sarà l’ultimo anno in cui una parte dei contribuenti potrà andare in pensione con le regole introdotte a partire dal primo gennaio 2019. In pratica, nel 2026 la generalità dei lavoratori potrà ancora accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni con 20 anni di contributi, completando quella che può essere definita una quota 87.
Per chi svolge lavori gravosi e usuranti, il 2026 rappresenta l’ultimo anno di uscita a 66 anni e 7 mesi di età, con 30 anni di contributi effettivi da lavoro.
Dal 2027, per la generalità dei lavoratori, l’età pensionabile salirà a 67 anni e un mese. Dal 2028, invece, si passerà a 67 anni e 3 mesi. Sempre dal primo gennaio 2027, per i lavoratori gravosi e usuranti, l’età di uscita sarà uniformata a 67 anni.