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Pensioni part time e lavoro a 65 anni: orario ridotto ma attenti ai calcoli

Sperimentazione imminente per il part time pensione, ma per come funziona i dubbi di tanti lavoratori sono ancora tanti.
16 Marzo 2026
pensioni part time
Foto © Pixabay

Un nuovo decreto-legge dedicato alle PMI, cioè alle piccole e medie imprese, ha attirato l’attenzione soprattutto per una misura legata alle pensioni part time. L’obiettivo è consentire ai lavoratori vicini alla pensione di ridurre l’orario di lavoro negli ultimi anni di carriera, alleggerendo il carico lavorativo nel periodo finale della vita professionale.

La misura non riguarda solo i lavoratori più anziani, ma ha anche un risvolto occupazionale: favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Tuttavia, prima di aderire è importante valutare bene gli effetti economici, perché la riduzione dell’orario potrebbe avere conseguenze su stipendio e pensione futura.

Pensioni part time e lavoro a 65 anni: orario ridotto ma attenzione ai calcoli

La norma nasce come misura sperimentale ed è contenuta nell’articolo 6 del decreto annuale sulle PMI, approvato dal Senato il 4 marzo.

Si tratta del cosiddetto part time agevolato per l’accompagnamento alla pensione e per il ricambio generazionale.

In sintesi, la misura prevede che nelle aziende con un massimo di 50 dipendenti i lavoratori che matureranno i requisiti per la pensione entro due anni possano chiedere la riduzione dell’orario di lavoro per il periodo che li separa dal pensionamento.

La riduzione può arrivare fino al 50% dell’orario di lavoro, con modalità diverse:

  • riduzione delle ore giornaliere
  • riduzione dei giorni lavorativi settimanali

In cambio, l’azienda che accetta la richiesta dovrà assumere un nuovo lavoratore under 35 per ogni dipendente che passa al part time.

Cosa bisogna verificare per non perdere soldi e trattamenti

Il lavoratore prossimo alla pensione potrebbe quindi lavorare meno negli ultimi anni di carriera, con alcuni vantaggi economici immediati.

Infatti, la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore, pari al 9,19% dello stipendio, verrebbe erogata direttamente in busta paga invece di essere versata all’INPS. In pratica, il dipendente riceverebbe un netto più alto sullo stipendio.

Per evitare effetti negativi sulla pensione futura, il decreto prevede anche una copertura figurativa dei contributi per il periodo di part time, in modo da mantenere la contribuzione piena.

Sulla carta quindi il sistema sembra vantaggioso. Tuttavia, da un’analisi più approfondita emergono alcuni dubbi.

Prima di tutto, le risorse disponibili sono limitate:

  • 1 milione di euro per il 2026
  • 1,4 milioni di euro per il 2027

Secondo le prime stime, questo permetterebbe di coinvolgere non più di circa 1.000 lavoratori.

Inoltre, la misura sarebbe destinata solo a chi ha contributi versati prima del 1996, cioè ai lavoratori che rientrano almeno in parte nel sistema pensionistico misto.

Ed è proprio qui che sorgono i maggiori dubbi. Passando al part time lo stipendio potrebbe diminuire, e questo potrebbe incidere sulla quota retributiva della pensione.

Il sistema retributivo, infatti, prende in considerazione proprio gli ultimi anni di carriera per il calcolo della pensione. Di conseguenza, una retribuzione più bassa negli ultimi anni potrebbe ridurre la quota di pensione calcolata con questo metodo.

Per questo motivo, chi è interessato alla misura dovrebbe valutare attentamente i calcoli prima di aderire, per evitare effetti indesiderati sull’importo finale della pensione.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

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