Della Cina non fa gola soltanto l’immenso mercato domestico da 1,4 miliardi di consumatori, ma adesso anche il suo debito. Nel 2025 ci sono state 56 emissioni di cosiddetti “Panda bond” da parte di soggetti stranieri per oltre 170 miliardi di yuan, portando il dato cumulato a 183,06 miliardi (circa 25 miliardi di euro). L’espressione individua i titoli obbligazionari denominati nella valuta cinese ed emessi all’infuori della Repubblica Popolare.
Boom di Panda bond con bassi rendimenti cinesi
L’amore per i Panda bond non nasce dal nulla. Il mercato dei bond cinesi sta seguendo da tempo una traiettoria opposta a quella dei principali mercati concorrenti. I suoi rendimenti sono strutturalmente in calo da anni a causa dell’alta propensione al risparmio interno e alla bassissima inflazione domestica.
Dalla metà del 2024 i rendimenti decennali cinesi sono scesi sotto i livelli del Giappone, captando un passaggio storico di estremo rilievo per l’economia mondiale.

Oggi, il rendimento decennale in Cina si aggira intorno all’1,70% contro più del 2,70% offerto dall’omologa scadenza nipponica. E in Europa lo stesso Bund a 10 anni viaggia ormai al 3,20%. Chi emette Panda bond, quindi, si assicura la possibilità di intercettare domanda a costi inferiori a quelli che sosterrebbe emettendo debito nelle altre principali valute mondiali. Basta offrire qualcosa in più dei livelli cinesi per attirare ordini dalla stessa Cina.
Rischio valutario per emittenti e obbligazionisti
Il 30 marzo scorso, la Slovenia ha debuttato con un’emissione da 4 miliardi di yuan (circa 500 milioni di euro) e relativa a una scadenza a 3 anni, offrendo una cedola di appena l’1,89%.
Tanto per citare un altro esempio recente, Mercedes-Benz ha emesso un dual tranche per 3 miliardi di yuan, di cui una scadenza a 3 anni all’1,75% e un’altra a 5 anni all’1,93%.
Gli emittenti di Panda bond si assumono il rischio valutario: se lo yuan si rafforzasse rispetto alla loro valuta di riferimento, il costo dell’indebitamento per loro salirebbe. Se ciò accadesse, sarebbe una novità positiva per gli obbligazionisti. In effetti, questi titoli con cedole così basse non invogliano a comprare. Perché mai dovremmo finanziare uno stato o un’impresa a tassi inferiori a quelli che l’Italia stessa ci garantisce in euro?
Scommessa vincente su tensioni UE-Cina?
Ma i Panda bond possono trasformarsi in una scommessa vincente se lo yuan alzasse la testa contro l’euro, il dollaro, la sterlina, ecc. E’ esplosa in queste settimane la polemica riguardo alla presunta sottovalutazione del suo tasso di cambio. A lanciarla è stato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, preoccupato per le condizioni economiche in Germania. In un paio di occasioni, ha invitato Pechino a trattare per giungere ad una rivalutazione dello yuan, a suo dire tenuto artificiosamente debole per potenziare la competitività cinese. Di avviso simile la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ella ha fatto presente che non sia sostenibile un deficit commerciale di 1 miliardo di euro al giorno.
Da qui ad immaginare che il regime di Xi Jinping si affretti a rivalutare lo yuan, ce ne corre. Proviamo ad immaginare, però, ad uno scenario in cui le pressioni su Pechino risultino efficaci. Il cambio con l’euro salirebbe, magari a ritmi lenti, ma seguendo una direzione precisa. I possessori dei Panda bond, a quel punto, farebbero affidamento non solo sulle cedole, bensì anche sul loro valore effettivo e del capitale post-conversione.

Panda bond allettanti con rivalutazione yuan
Se possiedo un titolo nominale di 10.000 yuan e acquistato alla pari al tasso di cambio con l’euro di 7,75, ho speso intorno a 1.290 euro. Se il cambio scendesse a 7, quello stesso titolo varrebbe quasi 1.430 euro. Un rendimento in doppia cifra, al netto delle cedole incassate e a loro volta rivalutate per l’effetto cambio. Non accadrà con certezza e né dall’oggi al domani. Tuttavia, il solo fatto che se ne parli già rende i Panda bond più allettanti di quanto non appaiano guardando solo ai tassi. Gli emittenti sperano che non accada mai, perché per loro significherebbe spendere di più per onorare il debito contratto sul mercato, sebbene questi venga generalmente assicurato tramite coperture valutarie.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



