Bond Bers in lire turche, cedola al 30% un affare con gli ultimi dati macro positivi

Il bond in lire turche emesso dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo offre cedola al 30% e scade tra meno di un anno. Possiamo considerarlo un affare?

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Il bond in lire turche emesso dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo offre cedola al 30% e scade tra meno di un anno. Possiamo considerarlo un affare?

Vi sognereste mai, in tempi di tassi a zero, di trovarvi sul mercato un bond con cedola fissa al 30% e con scadenza di appena 1 anno? E per giunta, emesso da un ente sovranazionale, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). Dove sta il trucco, vi chiederete? Trattasi di un’obbligazione denominata in lire turche, la valuta emergente più critica insieme al peso argentino nel corso del 2018.

L’estate scorsa è stata drammatica per Ankara sul piano finanziario: il cambio è arrivato quasi a dimezzarsi contro dollaro ed euro da inizio anno, spingendo l’inflazione fino a un massimo del 25% e provocando l’esplosione dei rendimenti sovrani. Un bel grattacapo per un’economia, i cui debiti in valuta estera ammontano a circa la metà del pil.

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Tuttavia, pur scontando tutte le problematiche inerenti al caso, il bond Bers (codice ISIN: XS1894628244), emesso nell’ottobre scorso a un prezzo di 99,975 e negoziato sull’EuroMOT dallo scorso 10 gennaio, potrebbe rivelarsi un affare. Scade tra meno di un anno, esattamente il 15 gennaio del 2020 e offre una cedola, come dicevamo del 30%. Tenendo conto quanto accaduto nei mesi passati e guardando al -50% accusato dalla lira turca contro l’euro negli ultimi 5 anni, si direbbe che il rischio sia elevatissimo. In effetti, è vero. Il cambio della Turchia si mostra molto volatile ed esposto a tensioni geopolitiche, oltre che economico-finanziarie. Eppure, qualche ragione per essere cautamente ottimisti esiste.

Il possibile affare con il bond Bers

La lira turca ha recuperato il 20% dal 10 agosto scorso, data in cui risulta essere sprofondata ai minimi storici, attestandosi attualmente a un cambio appena inferiore a 6 contro l’euro. L’inflazione, dopo avere raggiunto il picco del 25,24% annuo in ottobre, ha già esibito una discreta decelerazione al 20,3% a dicembre e gennaio, quanto meno il segno che la crescita dei prezzi starebbe rallentando, pur restando altissima, beneficiando dal crollo delle quotazioni del petrolio, passate da oltre 86 a poco più di 45 dollari il barile in un paio di mesi, pur risalendo ai circa 60 dollari attuali (Brent).

Probabile, però, che stia facendo il loro effetto anche la politica monetaria più restrittiva della banca centrale turca, con i tassi ad essere stati alzati al 24%, ridiventando positivi in termini reali. Il governatore Murat Cetinkaya ha abbassato le stime sull’inflazione per la fine del 2010 all’8,2% dal 9,3% dell’ottobre scorso. Se la crescita dei prezzi non accelererà nei prossimi mesi, già entro la metà dell’anno potremmo assistere a un primo taglio dei tassi, sebbene l’istituto debba ponderare con oculatezza tale scelta, non volendo mettere a repentaglio la fiducia parzialmente ripristinata nel suo operato, dopo essere stato percepito ossequioso rispetto ai desiderata del presidente Erdogan, aperto sostenitore dei bassi tassi.

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Migliorano i dati macro in Turchia

Grazie anche ai segnali più accomodanti arrivati nelle ultime settimane dalla Federal Reserve, la lira turca si sta rafforzando, mentre l’umore tra gli investitori tende a migliorare sulla scorta di un altro dato macro positivo, quello relativo alle partite correnti. A novembre, sono risultate in attivo per il quarto mese consecutivo. Prima, era accaduto brevemente solo nel 2015, segno che l’economia turca finalmente tornerebbe ad esportare beni, servizi e capitali in misura superiore alle importazioni, giovandosi certamente proprio del crollo della lira, ma anche del ri-afflusso dei capitali, pur in un contesto di rallentamento della crescita, con il pil ad essere diminuito dell’1,1% congiunturale nel terzo trimestre del 2018.

Il saldo corrente negativo e mediamente nell’ordine del 5% rispetto al pil negli ultimi anni è stato tra le principali fonti di preoccupazione del mercato, riflettendo una perdita progressiva e costante di competitività della Turchia verso il resto del mondo, implicando la necessità di una valuta più debole. La curva dei rendimenti sta seguendo le buone notizie. Pur rimanendo invertita, scontando criticità a breve su cambio e inflazione, si è sgonfiata lungo le scadenze: i rendimenti annuali sono crollati dal 27,5% di metà agosto al 18,6% di oggi, i biennali sono passati nel frattempo dal 30,8% al 17,8% e i decennali dal 21,5% al 14,2%.

Il bond Bers 30% viaggia oggi a un prezzo di 107,2, per un rendimento effettivo lordo del 19,55%. Se dalla Turchia non giungessero dati macro in peggioramento e se anche sul fronte geopolitico si mantenesse un clima relativamente stabile, la lira non dovrebbero registrare cali tali da erodere in toto il valore della cedola. Dopo che Ankara ha rilasciato, successivamente a mesi di scontro diplomatico molto duro con gli USA, il pastore evangelico americano e che sul caso Khashoggi si è registrato un avvicinamento delle posizioni tra i due paesi, nelle ultime settimane due eventi minacciano le relazioni turco-americane: il sostegno di Erdogan al dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo scontro sul ritiro delle truppe USA dalla Siria, legato alla richiesta di Washington ad Ankara di non approfittarne per colpire le milizie curde. Dunque, bisogna continuare a scontare una volatilità non indifferente per la lira turca, sebbene resti molto probabile un rendimento reale netto positivo e allettante. Dopo tutto, dall’emissione ad oggi, il cambio si è mosso in direzione favorevole agli obbligazionisti, apprezzandosi del 9% contro la moneta unica.

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