La Turchia rivede la luce dopo la tempesta finanziaria estiva, ma a costo di subire una crisi

Anche la Turchia domani deciderà sui tassi e con la recessione dell'economia alle porte, la banca centrale avrà più di un problema con il presidente Erdogan.

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Anche la Turchia domani deciderà sui tassi e con la recessione dell'economia alle porte, la banca centrale avrà più di un problema con il presidente Erdogan.

Le partite correnti si sono chiuse positivamente in Turchia per il terzo mese consecutivo a ottobre, segnando un saldo attivo di 2,77 miliardi di dollari, quando nello stesso mese del 2017 aveva registrato un deficit di 3,84 miliardi. E così, nei primi 10 mesi dell’anno, il saldo si attesta negativamente a 39 miliardi.

Se lo scorso anno aveva chiuso con un passivo di 47 miliardi, pari al 5,5% del pil, nel 2018 dovrebbe scendere a 36 miliardi, circa il 4% del pil. Le partite correnti sono date dalla somma tra i saldi commerciali (export e import di beni e servizi) e quelli finanziari (flussi/deflussi di capitali), per cui il miglioramento segnala un ribilanciamento dell’economia turca, caratterizzato da un calo delle importazioni da un lato e da un ritorno dei capitali esteri dall’altro. E’ quanto analisti e investitori speravano accadesse questa estate, quando infuriava la tempesta finanziaria contro la lira turca, il cui tasso di cambio contro il dollaro arrivava a crollare del 47% da inizio anno e al record di 7,22. Da allora, buona parte delle perdite sono state recuperate, tanto che il cambio si è portato a 5,37, pur restando in calo del 30% quest’anno.

Lo stesso mercato dei bond segnala un deciso miglioramento rispetto all’estate, quando i rendimenti decennali erano schizzati fino al 21,5% e quelli biennali al 30,8%. Adesso, i primi si attestano al 18% e i secondi al 20,5%. La curva delle scadenze resta invertita, pur più piatta delle settimane drammatiche della tempesta finanziaria, a conferma che gli investitori stiano scontando un’inflazione decrescente lungo i prossimi anni.

E proprio l’inflazione avrebbe raggiunto l’apice a ottobre, quando su base annua è arrivata al 25,24%, superando nuovamente il livello dei tassi, che a settembre è stato fissato al 24%, in rialzo di 625 punti base. A novembre, infatti, registrava già una decelerazione al 21,62%, scendendo così dai massimi da 15 anni a questa parte e consentendo alla banca centrale di prendere fiato, tra il presidente Erdogan profondamente contrario alla stretta monetaria e i dati macro alquanto negativi. Il ripiegamento dell’inflazione sarebbe anche conseguenza della politica del governo di sostegno alle attività commerciali che praticano sconti di almeno il 10% sui prezzi a fine anno.

In effetti, nello stesso mese i prezzi alla produzione sono esplosi del 38,54% tendenziale, per cui o l’inflazione tornerà ad alzare la testa già a dicembre o sarà attutita in parte proprio dal comparto commerciale, al costo di comprimere i propri margini e/o giovandosi degli aiuti del governo.

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Disinflazione incipiente e recessione in vista

Ma la disinflazione in corso passa necessariamente per una contrazione dell’economia turca. Nel terzo trimestre di quest’anno, il pil è cresciuto dell’1,6% su base annua, in netta flessione dal +5,3% del secondo trimestre, rispetto a quando, però, ha segnato un calo dell’1,1%, con il comparto delle costruzioni sceso di oltre il 5%. Quest’ultimo dato inquieta parecchio Erdogan, che sin dalla sua ascesa politica di inizio secolo ha avuto i costruttori a suo fianco come solida base elettorale. La politica monetaria espansiva a cui punta è dovuta proprio alla necessità di consentire loro, in particolare, di indebitarsi a basso costo per investire e rifinanziarsi con le banche e sul mercato. Tecnicamente, se anche nell’ultimo trimestre il pil dovesse ripiegare rispetto al terzo, la Turchia entrerebbe in recessione.

Sta di fatto che rispetto a questa estate, l’outlook economico della Turchia appare meno drammatico. Sono accadute tre cose in favore di Ankara. La prima riguarda il riavvicinamento tra Erdogan e gli USA, dopo che il primo ha liberato il pastore evangelico Andrew Brunson, detenuto per due anni con l’accusa di terrorismo. L’amministrazione Trump, che aveva minacciato sanzioni, scatenando la fuga dei capitali dall’economia emergente, ha apprezzato il gesto e i rapporti tra i due alleati sembrano di molto migliorati. Anche perché, nel frattempo, al consolato saudita di Istanbul è stato ucciso il giornalista Jamal Khashoggi, pare per mano di un commando di funzionari vicini alla corona di Riad. Il fatto è stato ben sfruttato da Erdogan per mettere pressione internazionale sull’Arabia Saudita e accrescere il proprio peso negoziale nei confronti della Casa Bianca, che ha dovuto mediare tra le parti per giungere a una verità condivisa, per quanto dubbia, sull’omicidio.

E, infine, il prezzo del petrolio è crollato del 30% in un paio di mesi, dando sollievo a un paese importatore di energia, che così ha potuto accelerare il miglioramento dei saldi correnti, come abbiamo visto sopra. Lo stesso governo americano ha esentato la Turchia, insieme ad altri sette stati, tra cui l’Italia, dall’embargo petrolifero a carico dell’Iran, consentendole di continuare a importare greggio da Teheran. Considerando che il paese importa la media di 2 milioni di barili al giorno, il tonfo delle quotazioni gli fa risparmiare qualcosa come non meno di 50 milioni di dollari al giorno rispetto ai picchi di inizio ottobre, ossia 1,5 miliardi al mese. Su base annua, farebbero intorno a due punti di pil.

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Il solito dilemma sui tassi

La banca centrale è chiamata domani a esprimersi sui tassi per l’ultima volta quest’anno, in coincidenza con la riunione della BCE. Il governatore Murat Cetinkaya non dovrebbe né alzarli, né abbassarli, nonostante dalla sfera politica stia subendo forti pressioni sulla seconda opzione. Sarebbe un errore tragico per l’istituto, se al minimo cenno di decelerazione dell’inflazione smantellasse parte della stretta varata nei mesi scorsi, in quanto il mercato si riposizionerebbe ai danni della lira turca, indebolendone i tassi di cambio e di fatto facendo tornare a crescere i prezzi dei beni importati, annullando l’effetto benefico del crollo del petrolio.

Resta difficile per il governo accettare il rallentamento economico a tassi di crescita più ordinari. Il pil nel 2017 era cresciuto di oltre il 7%, mentre quest’anno complessivamente ci si dovrà accontentare della metà e l’anno prossimo forse della metà ancora. Troppo poco per il presidente, che ha basato il suo successo sull’immagine di uomo del boom anatolico e che teme di perdere consensi e smalto sul mix di bassa crescita e alti tassi.

Per sua fortuna, la Federal Reserve starebbe prendendosi una pausa sulla stretta e ciò allenterebbe la pressione sia sulla lira turca che sulla banca centrale di Ankara.

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