Più o meno un anno fa di questi tempi iniziò a diffondersi la notizia, in quel momento considerata inverosimile, che l’amministrazione Trump avrebbe fatto espressa richiesta agli alleati della NATO di aumentare la spesa militare al 5% del Pil. Alla fine di giugno, un vertice dei 32 membri dell’Alleanza Atlantica a L’Aia, capitale dei Paesi Bassi, mise nero su bianco quell’obiettivo. La Spagna soltanto si mostrò contraria. Nello specifico, tutti gli stati s’impegnarono ad aumentare al 3,5% le spese per la difesa propriamente dette, mentre per un altro 1,5% potenzieranno voci di bilancio a sostegno, come le infrastrutture per agevolare gli spostamenti dei militari.
Spesa NATO al 5%: cambio di paradigma
Per un’Europa in cui la spesa militare per decenni e decenni è stata considerata quasi marginale, si tratta di un cambio di paradigma. Era stato il neo-vincitore delle elezioni federali in Germania, Friedrich Merz, ad aprire in tal senso. Reclamò e ottenne in poche settimane persino la modifica alla regola costituzionale sul “freno al debito” per consentire al suo futuro governo di iniziare a spendere fino a 1.000 miliardi di euro in deficit in 10 anni tra difesa e infrastrutture.
La regola del 5% per la NATO è un vero choc per un’opinione pubblica europea foraggiata dal 1945 a pane e pacifismo. Che serva spendere di più in difesa, lo dice il buon senso. Che debba esistere un target specifico, risulta alquanto dubbio. Senza gli Stati Uniti, nel 2025 gli alleati dell’Alleanza Atlantica hanno speso appena 450 miliardi di dollari. Stando al target, riferito ai valori dello stesso anno, avrebbero dovuto destinare alla difesa 1.350 miliardi.
Mancano all’appello, dunque, ben 900 miliardi. Di questi, tra 500 e 600 miliardi sono a carico dei membri NATO dell’UE. Si tratta nel loro caso di aumentare del 150% gli stanziamenti, qualcosa come in media il +3% del Pil all’anno.
Obiettivo insostenibile
Questi numeri non sono sostenibili. Implicano la necessità o di aumentare le emissioni di debito pubblico e/o di tagliare la spesa e/o aumentare le entrate fiscali. Le ultime due sono misure molto impopolari. L’opinione pubblica occidentale non accetta di rinunciare a servizi come scuola, sanità, pensioni e assistenza per produrre più cannoni, droni e velivoli militari. Ancora meno vorrebbe pagare più tasse. D’altra parte, il presidente americano Donald Trump ha minacciato l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO non più tardi di qualche giorno fa, indispettito per il mancato soccorso europeo sulla riapertura di Hormuz.
Già la credibilità della NATO è a pezzi dopo che il suo principale socio l’ha definita “una tigre di carta”, aggiungendo che “a proposito, lo sa anche Putin”. Se gli alleati non si danno da fare, corrono il rischio di ritrovarsi scoperti sul fronte della sicurezza. Trump ha persino ipotizzato di spostare le basi militari americane da quei Paesi che non lo hanno soccorso nella guerra contro l’Iran ancora in corso. Il riferimento più esplicito è stato diretto alla Germania, ma dopo gli screzi con la premier Giorgia Meloni a rischiare c’è anche l’Italia.
Senza basi NATO, siamo percepiti nel resto del mondo come territori ricchi e indifesi, ergo facilmente aggredibili.
Rischio sprechi e inefficacia
Il problema del 5% per gli stati NATO è che non ha un senso pratico. Consiste nello spendere molto di più di oggi, ma senza alcuna garanzia di efficacia. Ad esempio, la Polonia avrebbe tutto l’interesse a spendere più dell’Italia in rapporto al Pil, trovandosi più direttamente esposta alle possibili incursioni russe. Soprattutto, obbligare quello che nei fatti è il mondo ricco a spendere per 2-3 volte di oggi in difesa, equivale a foraggiare maxi-aumenti dei prezzi per le forniture militari, un po’ come accadde in Italia con il Superbonus. E allo stesso tempo, senza un coordinamento tra alleati c’è il serissimo rischio che si moltiplichino voci di spesa sovrapponibili senza che il grado di sicurezza complessivo aumenti.
Tanto per fare un esempio, se ciascuno dei 31 partner degli USA nella NATO acquisterà o produrrà propri velivoli, navi, droni, missili e aumenterà le dimensioni del rispettivo esercito, il risultato che conseguirà nel complesso l’Alleanza sarà una semplice moltiplicazione dei costi e una crescita della sicurezza solo marginale. Meglio sarebbe mettere insieme le forze, con ogni membro a specializzarsi in una determinata voce dell’equipaggiamento necessario. Tuttavia, così facendo non arriverebbe quasi nessuno al 5% del Pil, frustrando le aspettative di Trump e accelerando la disgregazione della partnership post-bellica.
Mercati contrariati
A cosa serve, quindi, realmente il target? E’ un modo semplice per monitorare chi spende e chi no e, soprattutto, vuole mettere pressione agli stati, far loro capire che non dovranno aumentare i budget di qualche spicciolo, bensì in misura consistente e stabile. Il problema sta nell’insostenibilità di questa impostazione. Ecco cosa accadde quando Merz annunciò il riarmo tedesco. I rendimenti in Germania esplosero come mai così in fretta dalla fine degli anni ’90. E quello era ancora un contesto di disinflazione. Ora che l’inflazione sta rialzando la testa a causa di Hormuz, i rendimenti decennali tedeschi sono saliti ai massimi dal 2011 e superando anche la soglia del 3%.

Capite che se la Germania scricchiola, gli altri traballano vistosamente. I Bund sono un “benchmark” per l’intera Eurozona. Il boom dei loro rendimenti segnala che il mercato non è disposto a fare ulteriore credito a cuor leggero a governi sempre più spendaccioni. Tanto più che la regola del 5% per la NATO rischia di tradursi in un enorme spreco di risorse pubbliche con scarsi effetti sulla crescita del Pil. Il timore dei più è che alla fine si spenda per accontentare gli Stati Uniti, chiudendo gli occhi sull’uso efficiente delle risorse impiegate. Ciò finirebbe per tenere basso il moltiplicatore, cioè per tradursi in un impatto positivo limitatissimo sul Pil. A maggior ragione se l’aumento della spesa fosse perseguito importando tecnologia dal Pentagono.
Obiettivo NATO 5% possibile boomerang geopolitico
Poiché appare assai dubbio che i governi europei vogliano incorrere nella sanzione dei mercati scatenando una crisi fiscale, uno scenario non improbabile è che la regola del 5% finisca per picconare la NATO dalle fondamenta. Prima che scada il mandato a gennaio 2029, Trump vorrà toccare con mano risultati tangibili. Difficile che saranno all’altezza delle sue aspettative. E questo potrebbe convincerlo a lasciare la presidenza con l’annuncio-bomba della fuoriuscita degli Stati Uniti dalla NATO. I presupposti costituzionali esistono, checché ne dica la legge del 2024 approvata dal Congresso a larghissima maggioranza. La verità è che basterebbe persino un annuncio senza basi legali per rendere l’Alleanza Atlantica priva di credibilità al suo esterno e di fatto porre fine alla sua esistenza. Senza l’impegno politico di Washington, non c’è patto che tenga.
giuseppe.timpone@investireoggi.it