L’indennità di disoccupazione erogata dall’INPS si chiama Naspi, acronimo di Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego. È uno degli ammortizzatori sociali più rilevanti del sistema italiano, perché tutela il lavoratore nel momento più delicato: la perdita involontaria del posto di lavoro.
La prestazione può durare fino a 24 mesi ed è, in linea generale, pari alla metà delle settimane lavorate nei quattro anni precedenti la cessazione del rapporto. L’INPS la paga mensilmente (salvo il caso di anticipo in un’unica soluzione per avvio di attività autonoma). Tuttavia, una parte del costo della Naspi ricade indirettamente sul datore di lavoro. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui spesso un’azienda è restia a procedere con un licenziamento.
La Naspi ai disoccupati la paga il datore di lavoro: aumenta il contributo nel 2026
La Naspi spetta solo in caso di perdita involontaria dell’occupazione. Le dimissioni volontarie, salvo quelle per giusta causa, non danno diritto alla prestazione.
Ma perché capita così spesso che un datore di lavoro eviti il licenziamento, magari cercando soluzioni alternative o spingendo verso le dimissioni?
La risposta è semplice: licenziare costa. E nel 2026 costa ancora di più.
Il costo si chiama ufficialmente ticket di licenziamento. Si tratta di un contributo che il datore di lavoro deve versare all’INPS per finanziare la Naspi del lavoratore licenziato.
Ecco i calcoli dell’esborso per il datore di lavoro
Il ticket di licenziamento è parametrato all’anzianità di servizio del dipendente. Più lunga è la permanenza in azienda, maggiore sarà l’importo dovuto.
Nel 2026, l’INPS ha aggiornato i valori:
per ogni anno di anzianità, il datore di lavoro deve versare 649,73 euro per ciascun dipendente licenziato.
Il ticket è infatti pari al 41% del massimale annuo della Naspi, che nel 2026 è salito a 1.584,70 euro. L’aumento del massimale comporta automaticamente l’incremento del ticket.
Esiste però un tetto massimo: l’importo complessivo non può superare 1.949,19 euro, corrispondenti a tre annualità (cioè per lavoratori con almeno tre anni di anzianità presso lo stesso datore).
Il calcolo è piuttosto semplice:
- si prende l’importo annuo del ticket (649,73 euro);
- lo si divide per 12 per ottenere il valore mensile;
- lo si moltiplica per i mesi di anzianità, fino a un massimo di 36 mesi.
Ai fini del conteggio, si considera mese intero quello in cui il rapporto di lavoro si è protratto per più di 15 giorni.
In definitiva, il ticket di licenziamento rappresenta un costo concreto e immediato per l’azienda. Ed è proprio questo onere economico a spiegare perché, in molte situazioni, il datore di lavoro preferisca evitare il licenziamento diretto, cercando soluzioni alternative.