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Iran, Hormuz e il prezzo del rischio permanente

L'Iran valuta il controllo stabile dello Stretto di Hormuz, forte del successo con cui sta riuscendo a resistere all'attacco USA-Israele.
24 Aprile 2026
Stretto di Hormuz, controllo stabile dell'Iran?
Stretto di Hormuz, controllo stabile dell'Iran? © Investireoggi.it

Il Parlamento iraniano e il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale stanno valutando il controllo stabile dello Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato ieri Fadahossein Maleki, membro della Commissione, secondo cui le valutazioni non sono state ancora trasmesse ai deputati. Forse è solo un modo per accrescere la pressione sugli Stati Uniti, mentre le trattative si sono arenate proprio sul blocco navale esercitato dai militari americani. Teheran non accetta di riprendere il negoziato se prima l’amministrazione Trump non cesserà di attaccare e fermare le navi in uscita dai porti iraniani. E nel frattempo, il regime islamista risponde a sua volta sequestrando navi non autorizzate come Francesca di MSC, che batte bandiera panamense.

Stretto di Hormuz critico per energia globale

Lo Stretto di Hormuz si sta rivelando l’arma più potente in mano all’Iran. Largo appena 39 km nel punto più angusto, da esso transitano ogni giorno 20 milioni di barili di petrolio e un terzo del gas naturale liquido trasportato via mare nel mondo. Meglio parlare al passato, visto che dalla fine di febbraio il traffico marittimo si è quasi azzerato. L’Iran ha reagito agli attacchi di Stati Uniti e Israele minacciando le navi che osino passare con droni e colpi di artiglieria. Ha, successivamente, risparmiato solo le navi che battono bandiera russa, cinese, pakistana, indiana e irachena.

Dall’inizio della guerra, l’Iran ha aumentato le sue esportazioni di petrolio in volume e valore, essendo di fatto l’unico stato a controllare il passaggio. Tra il 15 marzo e il 14 aprile ha venduto all’estero 55,22 milioni di barili, stando a Kpler.

Una media di 1,78 milioni di barili al giorno, superiore a quella pre-bellica. Anche solo immaginando che il prezzo medio alla vendita sia stato di 90 dollari al barile, gli incassi avrebbero sfiorato i 5 miliardi contro i 3,45 miliardi di febbraio. Per evitare che dal conflitto l’Iran riesca persino a guadagnarci, gli Stati Uniti hanno imposto il blocco navale dallo scorso 13 aprile.

Iran possiede leva negoziale

L’idea è di accrescere la pressione finanziaria sull’Iran, che a sua volta conosce la fretta del suo nemico per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Senza, i prezzi di petrolio e gas resterebbero alti a lungo fino a danneggiare le economie di Stati Uniti e alleati. Lo stesso presidente Donald Trump non può permettersi una ripresa dell’inflazione in modo stabile prima delle elezioni di metà mandato a novembre. E Teheran alza la posta, consapevole di avere il potere negoziale dalla sua parte. Non si limita più a chiedere la cessazione degli attacchi, ma a riscrivere le regole post-belliche.

Vi ricordate quando Trump gridò al presidente ucraino Volodymyr Zelensky in diretta mondiale alla Casa Bianca “you don’t have the cards”? Ebbene, non è questo il caso del suo interlocutore. Il regime iraniano le carte le possiede, oltre ad uno spirito di resilienza forgiato da quasi mezzo secolo di indottrinamento e repressione interna con pochi eguali nell’era moderna. Punta, quindi, a controllare definitivamente lo Stretto di Hormuz insieme al dirimpettaio Oman. Un fatto, che muterebbe gli equilibri geopolitici. L’Iran diverrebbe un “gatekeeper” globale, riuscendo a controllare i flussi di gran parte di petrolio e gas.

In questo modo, manterrebbe una leva negoziale nei confronti degli Stati Uniti e porrebbe il resto del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Iraq) sotto un ricatto continuo.

Verso aumento stabile del risk premium?

Il mercato dell’energia sconterebbe un risk premium geopolitico permanente: il costo delle assicurazioni per attraversare lo Stretto di Hormuz salirebbe (anche per le altre merci) e graverebbe sul costo della materia prima. Teheran potrebbe anche imporre per sempre il pedaggio in criptovalute o yuan che ha iniziato a riscuotere dalla fine di marzo e pari a 1 dollari al barile trasportato. Tutto ciò provocherebbe un aumento strutturale dell’inflazione nel resto del pianeta.

Quando parliamo di controllo, non dobbiamo immaginare ad una situazione assoluta. L’Iran si limiterebbe, verosimilmente, a riscuotere il pedaggio e a regolare i flussi in base alla congiuntura politica. La presenza delle truppe americane nell’area, tuttavia, limiterebbe la portata di tale dominio e terrebbe sempre alto il rischio di una escalation militare. Anche quest’ultimo finirebbe per gonfiare il risk premium. Il solo spettro di una nuova carenza di materia prima sosterrebbe a lungo termine le quotazioni internazionali.

Possibili vincitori e vinti

Chi sarebbero vincitori e vinti? Gli Stati Uniti sarebbero costretti ad aumentare la presenza nell’area e il costo strategico per loro salirebbe parimenti e con minore efficacia rispetto alla situazione pre-bellica. Di fatto, spenderebbero di più per cercare al meglio di tornare a prima degli attacchi. In cambio, il Pentagono avrebbe una giustificazione forte per reclamare l’aumento del budget per la difesa degli interessi americani. A farne le spese – letteralmente – il già disastrato bilancio federale.

Washington rischierebbe anche di perdere legittimità e presa tra gli alleati del Golfo, non essendosi rivelata capace di garantire loro la sicurezza promessa. Tanto vale, a quel punto, stringere alleanze con Cina e Russia, che su Teheran hanno maggiore influenza.

L’Europa resterebbe in balia degli eventi e di shock energetici possibilmente sempre più frequenti. Va da sé che l’Iran, invece, uscirebbe più potente con il controllo dello Stretto di Hormuz. Al tempo stesso, però, verrebbe considerato una minaccia da un numero crescente di Paesi, anche quelli che oggi esso considera alleati o quasi. La Cina, vulnerabile alle tensioni sul mercato dell’energia, non vedrebbe di buon occhio un soggetto che generasse continue tensioni nel Medio Oriente.

Europa e Cina, vulnerabili nel breve periodo, allenteranno dipendenza dal petrolio

C’è da fare una distinzione tra medio e lungo periodo. Europa e Cina avrebbero tutta la convenienza ad allentare la rispettiva dipendenza dagli idrocarburi, puntando sulle energie rinnovabili. E gli stati del Golfo aumenterebbero quasi certamente gli investimenti in infrastrutture terrestri come alternativa al passaggio nello Stretto di Hormuz. L’esempio di questi mesi dell’Arabia Saudita con l’attivazione della pipeline Est-Ovest al massimo della sua capacità è illuminante su come si possano minimizzare i rischi di natura geopolitica.

Stretto di Hormuz riduce probabilità di regime change per via militare

Il controllo dello Stretto di Hormuz consentirebbe all’Iran di blindarsi e trattare da una posizione di forza con l’Occidente su sanzioni, asset “congelati” e programma nucleare. Gli accadimenti di queste settimane dissuaderebbero i governi di Nord America ed Europa dal cercare un “regime change”. Perlomeno, per via militare. Possibile, invece, che essi intensificheranno la pressione finanziaria e diplomatica con la speranza che a Teheran prevalga prima o poi un assetto politico più amichevole.

Poiché esso controllerebbe indirettamente gran parte dell’energia globale, crescerebbe la tentazione di sovvertire con mezzi “pacifici” l’attuale establishment islamista. Il rischio, però, di ritrovarsi al potere figure ancora più estremiste, come sta accadendo dopo l’uccisione dell’ayatollah Alì Khamenei, eviterebbe azioni eclatanti in futuro come quelle avventate di fine febbraio ad opera dell’amministrazione americana. Il controllo dello Stretto di Hormuz diventa la polizza assicurativa per la sopravvivenza del regime anche più dell’arricchimento dell’uranio.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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