Mentre anche la borsa americana si accinge a vivere una seduta negativa sui timori per il blocco dello Stretto di Hormuz annunciato dall’amministrazione americana, ci si interroga quale possa essere il reale obiettivo di questa mossa per il presidente Donald Trump. La risposta è contenuta con ogni probabilità in un grafico: il tasso di cambio del rial, la valuta dell’Iran. Perché tutto iniziò lì. Era il 28 dicembre e i commercianti del bazar di Teheran abbassarono le saracinesche per protesta contro il collasso valutario, impossibilitati ormai a scaricare sui clienti i costi sempre più alti delle merci importate.
Cambio rial in Iran in ripresa con la guerra
Una categoria potente, tant’è che originò da essa anche la caduta dello scià nel 1979. E il regime dell’ayatollah Khamenei prese subito la faccenda sul serio, mandando i militari a massacrare migliaia di manifestanti nelle piazze.
L’avvertimento in casa e all’estero fu chiaro: non sarebbe stato permesso alcun cambiamento politico. E Trump, che nel frattempo aveva fatto catturare il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, offriva il suo sostegno alla popolazione iraniana al grido social di “stiamo arrivando”.
Il cambio del rial contro dollaro aveva perso oltre il 40% solamente nell’ultimo anno e più dell’80% in 5 anni. Se nel 2020 il taglio più alto per le banconote era ancora di 1.000.000 di rial (quasi 3,90 dollari), a marzo di quest’anno ne veniva emesso uno di 10.000.000 e dal controvalore di appena 6,30 dollari scarsi ai tassi di ieri. La vera novità di questa guerra, però, è un’altra: il cambio ha smesso di indebolirsi.
Anzi, nelle settimane successive all’inizio del conflitto si è rafforzato fino al 17/18%. Ancora oggi, vale oltre l’8% in più rispetto a fine febbraio.
Più petrolio esportato e a prezzi maggiori
I dati che arrivano dal mercato nero vanno prese con le pinze, specie in tempi di crisi come una guerra. Tuttavia, segnalano una tendenza. Ci saremmo aspettati un’accelerazione del collasso valutario con i raid di USA e Israele. Ed è probabile che gli stessi attacchi avessero tra gli obiettivi proprio la messa in crisi definitiva del cambio del rial in Iran. Poiché è accaduto il contrario, evidentemente qualcosa non ha funzionato. E quel qualcosa si chiama Hormuz. Teheran ha preso possesso dello stretto, ha impedito il transito delle navi e fatto così salire le quotazioni di petrolio e gas per la carenza delle materie prime così provocata.
Due le conseguenze dirette per la sua economia: conservazione e, anzi, aumento dei barili esportati rispetto a prima della guerra; aumento dei prezzi alle esportazioni tra boom delle quotazioni e azzeramento dello sconto sul Brent. L’Iran incassa oggi più dollari e per questo il cambio del suo rial si sta apprezzando. Da cui la decisione di Trump di reagire ribaltando le parti in commedia: sarà lui ora a impedire il transito alle navi iraniane e a coloro che accettano di pagare il pedaggio al regime per attraversare lo stretto.
Economia mondiale nell’inferno di Hormuz
Questa nuova impostazione tattica può funzionare se l’economia iraniana crollasse nel giro di pochi giorni o settimane per il prosciugamento delle entrate in dollari. Onestamente, i tempi perché ciò possa verificarsi appaiono ben più lunghi. Il rischio è una recrudescenza della guerra, con Iran e USA che iniziano a colpirsi a vicenda in modo più serio. I secondi potrebbero voler accelerare la crisi del regime prendendo di mira le infrastrutture civili (ponti, strade, reti elettriche) e la raffineria sull’isola di Kharg con effetti a lungo termine devastanti per popolazione ed economia.
A sua volta, l’Iran non avrebbe più niente da perdere e scatenerebbe l’inferno a Hormuz. Il solo rischio di incidenti terrebbe alla larga le compagnie mercantili, i cui costi assicurativi sono già esplosi alle stelle. Il tempo non rema solo contro Teheran. Più settimane passano senza che lo stretto riapre e più i prezzi dell’energia salgono e si traducono in inflazione nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, la benzina è salita di quasi il 30% a più di 4,10 dollari al gallone. Il rendimento a 30 anni sfiora il 5% e trascina al rialzo i tassi sui mutui. L’inflazione a marzo è già esplosa al 3,3% dal 2,4% di febbraio, ai massimi da maggio 2024. Per fare male all’Iran, passando anche dal cambio del rial, Trump si vede costretto a minacciare la stessa economia americana e globale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it