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Inflazione, la tentazione dei governi: il precedente del 2022

L'inflazione può diventare una tentazione per i governi, che l'hanno usata a proprio vantaggio con la crisi dei prezzi nel 2022.
27 Marzo 2026
Inflazione tentazione per governi
Inflazione tentazione per governi © Investireoggi.it

L’OCSE ha rivisto al rialzo le sue stime sull’inflazione nell’Eurozona per quest’anno e il prossimo, portandole rispetto al dicembre scorso da 1,9 e 2% a rispettivamente 2,6% e 2,1%. Ed è evidente che più la guerra in Iran durerà, maggiori saranno gli effetti negativi sui prezzi al consumo e sulla crescita del Pil. Uno scenario senza dubbio temuto da famiglie e imprese e dagli stessi governi, ma che rischia di tentare questi ultimi.

Governi tentati da inflazione

Quando parliamo di inflazione, sentiamo spesso affermare che si tratti di una “tassa occulta”. Lo è nel senso letterale del termine. In un sistema fiscale con aliquote progressive, il prelievo tende a crescere più velocemente quando i prezzi salgono.

I redditi nominali si adeguano al carovita, pur non istantaneamente. Ciò li fa rientrare in scaglioni più alti, sottoposti ad aliquote maggiori. Un fenomeno che prende il nome di “fiscal drag“.

Più in generale, l’inflazione aumenta un po’ tutte le entrate fiscali e il Pil nominale. E questo fatto da un lato contiene i disavanzi fiscali, dall’altro deprime il rapporto tra debito pubblico e Pil. Se non siete convinti, vi portiamo l’esempio più recente. Nei primi mesi del 2022, con lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, i prezzi al consumo nell’Eurozona iniziarono ad impennarsi come mai nei decenni precedenti. Nel quadriennio 2022-2025, il Pil nell’area è cresciuto del 26,4% (al 30 settembre scorso). Tuttavia, per circa i tre quarti si è trattato di inflazione o meglio di “deflatore”. Si distingue dall’inflazione vera e propria per il fatto di escludere i prezzi di beni e servizi importati.

Grazie a questo enorme spinta, l’Eurozona ha potuto ridurre il suo rapporto tra debito e Pil dal 95,6% del 2021 all’88,5% del settembre 2025. E non perché sia stata parsimoniosa nella spesa. Al contrario, ha generato nei 4 anni più di 2.000 miliardi di disavanzi, pari a una media di circa il 3,3% del Pil all’anno. Ma l’alta inflazione ha portato alla monetizzazione del debito, cioè lo ha ridotto di dimensioni in rapporto al valore nominale della produzione di beni e servizi.

Spesa militare in crescita

Nei prossimi anni, i governi europei dovranno aumentare le spese militari per tendere all’obiettivo NATO al 5% del Pil. Date le forti resistenze delle opinioni pubbliche, risulta difficilissimo credere che ciò avverrà tagliando la spesa assistenziale o alzando le imposte. Dunque, l’unica strada verosimile immaginare che a salire saranno i debiti. Essendo già alti, il rischio per l’Europa sarebbe di perdere il controllo della situazione e di imbucarsi dentro una crisi fiscale. Da cui la tentazione di sfruttare l’inflazione a proprio vantaggio. Come? Lasciando che corra e fingendo di contrastarla con una politica monetaria falsamente restrittiva.

Possibile stretta monetaria soft

La Banca Centrale Europea ha avvertito che già a fine aprile potrebbe alzare i tassi di interesse. Questa notizia farebbe pensare che Francoforte voglia evitare l’errore del 2022, quando tardò ad intervenire e definì l’inflazione “transitoria”.

Tuttavia, alzare il costo del denaro di per sé non significa nulla. Se i prezzi al consumo accelerassero (per ipotesi) la crescita tendenziale dello 0,5-1%, cosa sarebbe un inasprimento di un quarto di punto percentuale? In termini reali, i tassi diminuirebbero. Per lo stato indebitarsi diverrebbe più conveniente, non meno. E il costo del debito aumenterebbe meno del Pil nominale.

L’inflazione ha un impatto negativo sui consumi e sugli stessi investimenti, in quanto genera perdita del potere di acquisto per le famiglie e incertezza per le imprese. Ciò rallenta la crescita dell’economia, ma questa può venire più che compensata in termini nominali dall’aumento dei prezzi. I governi possono trovare la reflazione meno drammatica di quanto pensiamo. Le banche centrali agiscono storicamente più nel loro interesse che in quello dei cittadini. I primi metterebbero le mani nelle tasche dei contribuenti senza farsene accorgere e potrebbero rispettare gli impegni NATO con minori difficoltà. Per placare il malcontento dei cittadini-elettori ci sarebbe tempo.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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