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Inflazione da petrolio: l’Europa deve scegliere tra tassi e deficit

L'Europa sarà prestissimo messa alle strette sul caro petrolio e dovrà scegliere se reagire all'inflazione alzando i tassi o facendo debiti.
12 Marzo 2026
Europa al bivio su inflazione da petrolio
Europa al bivio su inflazione da petrolio © Investireoggi.it

Il petrolio è risalito oggi a 100 dollari al barile, anche se subito dopo è sceso sotto questa soglia. La guerra in Iran prosegue senza che nessuno riesca a capire quanto durerà e l’Europa teme il ritorno dell’inflazione. La Banca Centrale Europea (BCE) ha segnalato attraverso un paio di interventi di suoi esponenti che potrà alzare i tassi di interesse prima di quanto non si pensi. Il suo board si riunisce giovedì 19 marzo e se per allora il caro carburante sarà rimasto un tema scottante (assai probabile), lancerà primi segnali concreti circa una stretta monetaria nei paraggi.

Petrolio rinfocola inflazione in Europa

Per l’Europa sarebbe un male necessario, ma pur sempre un male. Il rialzo dei tassi può servire a placare l’aumento dei prezzi, ma allo stesso tempo “raffredda” un’economia già debole.

Un colpo per consumi e investimenti, cioè alla domanda aggregata interna. E con i mercati esteri alla mercé delle tensioni commerciali e geopolitiche, la bassa crescita potrebbe arrestarsi del tutto o tramutarsi in recessione vera e propria.

Lo stiamo vedendo in Italia negli ultimi giorni. Martedì scorso, il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto varare il provvedimento sulle cosiddette accise mobili. Un modo per dare una calmata ai prezzi del carburante alla pompa, con il diesel salito in molti casi sopra i 2 euro al litro. Si è optato per un rinvio, ufficialmente per ragioni tecniche. La sostanza è che bisogna trovare prima le coperture finanziarie e il governo Meloni non ha intenzione di urtare la sensibilità di mercati ed Europa. Proprio ora che Roma è considerata tra le più brave della classe, è necessario mantenere la buona nomea.

Leva fiscale per frenare corsa dei prezzi?

Gli altri governi sono un po’ tutti sulla stessa barca. A parte un mini-intervento del Portogallo, nessuno finora è intervenuto. Italia e Francia minacciano controlli contro la “speculazione” ai distributori. Aria fritta. La verità è che il re è nudo. Servirebbe tagliare le accise in misura consistente per frenare i rialzi visibilmente. Per farlo occorrono quattrini che non ci sono. A meno che l’Europa non decida di usare la leva fiscale per reagire all’inflazione alimentata dal caro petrolio.

Ed è proprio questo il bivio davanti al quale si trova oggi Bruxelles: accettare una nuova stretta come nel 2022 o ammorbidire ancora una volta le regole del Patto di stabilità. Il rialzo dei tassi, per quanto giudicato improprio da parte degli stessi economisti e avversato apertamente dal governo Meloni, riuscì nell’intento di arrestare la corsa dell’inflazione. Anzi, Christine Lagarde dovette chiedere scusa per avere reagito tardi, lasciando che i prezzi crescessero in doppia cifra. In prima battuta, aveva definito l’inflazione “transitoria” e lasciato i tassi invariati sottozero. Un errore che non vorrà ripetere.

Governi alle prese con rischio sovrano

Tuttavia, dopo l’invasione dell’Ucraina non ci fu solo l’arma della stretta monetaria contro l’inflazione. I governi approfittarono della sospensione del Patto da inizio pandemia per varare misure di contrasto al carovita: bollette più leggere e accise tagliate.

Il costo dell’impennata fu almeno in parte trasferito dai bilanci di famiglie e imprese ai bilanci statali. Dunque, l’uscita dall’inflazione avvenne tramite un mix di tassi e debiti. Solo che adesso il Patto è in vigore, tant’è che l’Italia punta ad uscire il prima possibile dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Obiettivo forse mancato già nel 2025 per uno 0,1% del Pil.

I debiti sono già alti un po’ in tutta Europa. La Francia è finita sotto le lenti dei mercati per il suo rapporto ormai sopra il 110% e tendenzialmente in crescita verso i livelli italiani. E l’Italia, manco a dirlo, con un 137,1% non dispone di margini di manovra. Anche per questo i rendimenti sovrani sono lievitati nell’area. Gli investitori hanno iniziato a capire che dovranno in qualche modo finanziare anche la lotta all’inflazione se il petrolio resterà così alto per settimane o mesi. Gli spread si sono ri-allargati, scontando maggiori rischi sovrani per Paesi come il nostro.

Lotta all’inflazione da petrolio in Europa con debito comune?

Di sospensione in sospensione, però, il Patto perde progressivamente di significato. Se basta un rincaro del carburante alla pompa per renderlo inadatto, perché tenerlo in vita? Per evitare che questo dubbio si consolidi tra le opinioni pubbliche, oltre che tra gli stessi governi, a Bruxelles le resistenze all’uso della leva fiscale ci saranno. L’opzione alternativa sarebbe l’emissione di debito comune per finanziare misure nazionali di contrasto all’inflazione. La Germania resta contraria, mentre la Francia è favorevole. Gli Eurobond vengono invocati anche per aumentare le spese militari, finanziare gli investimenti nell’IA e per la transizione energetica. Anch’essi stanno diventando una sorta di pozzo di San Patrizio per fare la spesa “gratis”.

L’Europa tutta, infine, è consapevole che non può permettersi un’ennesima crisi in pochi anni. I cittadini sono già stanchi e stressati dopo pandemia, guerra e dazi che sembrano avere gettato ulteriore discredito sulle istituzioni comunitarie. Sacrifici dopo sacrifici non si vede più la luce in fondo al tunnel.

L’inflazione era appena rientrata che già il petrolio la rimette in corsa. E badate bene, il fatto che i prezzi al consumo avessero iniziato a rallentare non significa che fossimo tornati ai livelli di potere di acquisto precedenti. Più banalmente, prima correvano tanto e negli ultimi tempi camminavano a passo veloce. Tassi o debiti, la medicina per porvi rimedio sarà amara. L’inerzia non è contemplata, salvo che l’UE abbia deciso di auto-disintegrarsi.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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