Oggi passiamo in rassegna il sistema previdenziale italiano e una dinamica che ormai da tempo è iniziata e che, nei prossimi anni, potrebbe portare a un vero paradosso previdenziale. Si parla spesso di pensioni sempre più lontane, con requisiti che continuano a crescere e, allo stesso tempo, di assegni sempre più bassi. Il risultato è uno scenario che per molti lavoratori appare sempre più incerto.
Secondo diversi osservatori, il rischio è quello di un futuro previdenziale sempre più complicato, in cui non solo si andrà in pensione più tardi, ma con trattamenti economici inferiori. Alcuni esperti, tuttavia, invitano alla prudenza e sostengono che il sistema pensionistico non sia destinato a collassare.
Il vero problema potrebbe essere un altro: il rischio di non avere affatto una pensione, non perché il sistema non sia più in grado di pagarla, ma perché il lavoratore non riesce a maturare un assegno pari alla soglia minima richiesta per il riconoscimento del trattamento. Da qui nasce una considerazione che potrebbe diventare sempre più diffusa: meglio poco che niente.
L’analisi del sistema curata da esperti
Dal 2027 sono previsti nuovi ritocchi ai requisiti pensionistici. L’età pensionabile dovrebbe aumentare di un mese, così come i requisiti contributivi per la pensione anticipata. Dal 2028 è previsto un ulteriore incremento, questa volta di due mesi.
Nel frattempo sono progressivamente scomparse alcune misure di pensionamento anticipato a quota, come Quota 103, che pur con diversi limiti consentiva comunque l’uscita dal lavoro intorno ai 62 anni. Anche Opzione Donna è stata fortemente ridimensionata.
Andare in pensione diventa quindi sempre più difficile. Questo non dipende solo dalle scelte dei governi, ma anche dal meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita, che incide sia sui requisiti di accesso sia sugli importi delle pensioni.
Proprio a partire dal 2027, infatti, si prevede una riduzione degli importi medi delle pensioni a causa del calo dei coefficienti di trasformazione, cioè i parametri utilizzati per convertire il montante contributivo accumulato durante la carriera in assegno pensionistico.
Il collegamento tra aspettativa di vita e pensioni può essere interpretato come uno strumento per tutelare i conti pubblici e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale. Più a lungo vivono i cittadini, più a lungo l’INPS deve pagare le pensioni. Per questo motivo si interviene allungando i tempi di accesso alla pensione e riducendo l’importo degli assegni.
I paradossi del sistema sono tanti, e le soluzioni individuate sembrano una provocazione
Per pagare le pensioni è necessario che sempre più persone lavorino e versino contributi. Il sistema pensionistico italiano, infatti, si basa su un equilibrio semplice: i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni di chi ha già smesso di lavorare.
Se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, l’equilibrio diventa più fragile. Ed è proprio questo il problema che molti analisti evidenziano: la popolazione attiva diminuisce mentre cresce quella pensionata.
Il metodo contributivo, ormai predominante e destinato a diventare l’unico sistema di calcolo nel lungo periodo, contribuisce a contenere la spesa pensionistica perché porta a assegni più bassi.
Le pensioni contributive, destinate a chi ha iniziato a versare dopo il 1995, vengono calcolate sulla base del montante contributivo accumulato, rivalutato nel tempo e trasformato in pensione attraverso i coefficienti di trasformazione.
Anche chi rientra nel calcolo misto spesso riceve una pensione in gran parte contributiva. Infatti, chi non aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 può applicare il metodo retributivo solo fino a quella data. Mentre tutto il resto della carriera viene calcolato con il sistema contributivo.
Va inoltre ricordato che le pensioni calcolate interamente con il metodo contributivo non prevedono integrazioni al minimo né maggiorazioni sociali.
La previdenza integrativa per eliminare il problema delle pensioni basse
Uno dei paradossi più evidenti del sistema è che, con il metodo contributivo, se l’importo della pensione risulta troppo basso, il trattamento può addirittura non essere riconosciuto.
Un esempio riguarda la pensione di vecchiaia a 67 anni. Se il trattamento maturato è inferiore all’importo dell’Assegno Sociale, la pensione non è concessa. Nel 2026, l’Assegno Sociale è pari a circa 546 euro al mese.
Significa che chi maturasse una pensione di 530 euro mensili, ad esempio, non avrebbe diritto al trattamento.
La situazione può diventare ancora più complicata per i cosiddetti contributivi puri, cioè coloro che hanno iniziato a versare dopo il 1995. Per accedere alla pensione anticipata contributiva a 64 anni, infatti, è necessario che l’assegno sia almeno pari a tre volte l’Assegno Sociale. Soglia destinata a salire a 3,2 volte dal 2030.
Ecco perché molti lavoratori potrebbero arrivare a pensare che una pensione bassa sia comunque preferibile a non avere alcun trattamento.
Pensioni basse o senza pensione, ma con lo stipendio non si può fare tutto
Questa situazione è spesso affrontata dallo Stato promuovendo la previdenza integrativa, cioè l’adesione ai fondi pensione complementari.
L’obiettivo dichiarato è quello di contrastare il fenomeno delle pensioni troppo basse, che in alcuni casi rischiano addirittura di impedire l’accesso al trattamento pensionistico.
Ma anche qui emerge un altro paradosso. Chi rischia di restare senza pensione o con un assegno molto basso è spesso chi ha stipendi modesti, carriere discontinue o lavori precari.
E proprio queste persone dovrebbero, secondo la logica del sistema, destinare una parte del proprio reddito alla previdenza integrativa.
Il problema è evidente: per costruire una pensione più alta bisogna accumulare contributi nel tempo. E questo è possibile solo con lavori stabili e retribuzioni adeguate.
Chiedere a chi ha redditi bassi o carriere frammentate di destinare parte dello stipendio ai fondi pensione rischia quindi di apparire, per molti, più una provocazione che una reale soluzione.