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Inflazione in agguato: l’ingresso degli Houthi accende il rischio prezzi globali

L'inflazione può esplodere definitivamente con l'ingresso degli Houthi nella guerra a fianco all'Iran. Tensione sui prezzi globali.
30 Marzo 2026
Houthi, contraccolpo sui prezzi globali: allarme inflazione
Houthi, contraccolpo sui prezzi globali: allarme inflazione © Investireoggi.it

Anche i ribelli yemeniti Houthi sono entrati in guerra contro Israele e i suoi alleati nell’area e minacciando la chiusura di un altro stretto: quello di Bad el-Mandeb, indispensabile per l’accesso delle navi mercantili nel Mar Rosso. Uno scenario già vissuto negli anni recenti e il cui impatto sull’inflazione rischia di diventare, a questo punto, devastante per gli effetti che avrebbe sui prezzi globali. Questa formazione paramilitare non è direttamente manovrata dall’Iran, ma agisce nei fatti a sostegno della Repubblica Islamica per l’opposizione comune alle petromonarchie della penisola arabica, Arabia Saudita in assoluto.

Houthi e spauracchio inflazione con boom prezzi di merci

Già tra fine 2023 e inizi 2024 gli Houthi attaccarono le navi in transito nel Mar Rosso per scatenare il caos globale e aumentare la pressione dell’opinione pubblica su Israele per i fatti di Gaza. L’impatto sul commercio globale ci fu, ma limitato.

A patirne maggiormente fu l’Egitto, che vide crollare le entrate dei pedaggi per il transito attraverso il Canale di Suez. Anche in quell’occasione si temette per l’inflazione, dato che i prezzi delle merci subivano l’aumento dei costi per la necessaria ricerca di rotte alternative (e più lunghe) per il trasporto. Per settimane le navi dovettero circumnavigare l’Africa per spostarsi tra Europa ed Asia.

C’è un indicatore per misurare il rischio inflazione: il Baltic Dry Index. Segnala i costi di trasporto per merci non liquide via mare. Vedete il suo grafico di sotto relativo agli ultimi 5 anni:

Baltic Dry Index
Baltic Dry Index © License Creative Commons

Costi di trasporto stabili, stagflazione in corso

Questo andamento può risultare paradossale.

Abbiamo rimarcato con due frecce quello che il BDI ha assunto in relazione agli ultimi due attacchi degli Houthi nel Mar Rosso. Anziché salire, i costi di trasporto sono scesi. In queste settimane, dopo un’iniziale discesa, si sono stabilizzati. E, soprattutto, restano ben inferiori ai massimi storici toccati nel 2008 a più di 11.000 punti. Come interpretare questa anomalia? Quando i costi di trasporto aumentano, significa che c’è vivacità commerciale, cioè che la domanda di merci è tonica e i prezzi possono salire, tramutandosi in inflazione globale.

La discesa segnalerebbe il caso opposto. In realtà, bisogna capirsi senza spiegazioni avulse dalla realtà dei fatti. In un contesto come quello attuale, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche, le vie mercantili nel Medio Oriente vengono appositamente evitate. E già l’esplosione delle quotazioni di petrolio e gas lascia intravedere un rallentamento dell’economia globale. Dunque, due effetti si starebbero sommando: un possibile calo già in corso della domanda di merci e la riduzione delle spedizioni per paura di attacchi vuoi dall’Iran che ora dagli Houthi.

Stagflazione già in corso

Questi dati, messi insieme, ci prospettano la stagflazione. E non parliamo più neppure di rischio, perché ci siamo già con un piede dentro. Solo la durata della guerra nel Golfo Persico ne determinerà l’intensità. Resta da capire perché gli Houthi abbiano deciso di intervenire proprio adesso dopo essere stati dormienti nelle prime fasi di questa escalation. Probabile che abbiano deciso di agire su impulso di Teheran, che vuole massimizzare la pressione sugli USA e i loro alleati per uscirne al meglio nelle trattative sotterranee che si stanno tenendo con l’amministrazione Trump.

Una spiegazione meno rassicurante riguarda l’oleodotto East-West saudita, che sta in gran parte compensando via terra le minori esportazioni attraverso Hormuz. Lo sbocco è proprio sul Mar Rosso, nel porto di Yanbu. Le consegne tramite questo canale alternativo sono arrivate al limite delle sue capacità, a 7 milioni di barili al giorno. Ciò depotenzia un po’ l’Iran, che potrebbe avere fatto leva sugli alleati Houthi per impedire che le navi possano approvvigionarsi anche dall’altro lato della penisola arabica.

Partita a poker tra USA e Iran

Washington usa la minaccia di Kharg: distruggere l’impianto sull’isola, che raffina il 90% del petrolio iraniano. Le perdite per il regime sarebbero notevolissime e a lungo termine. In cambio, Teheran sta bloccando lo Stretto di Hormuz a tempo indeterminato per infliggere forti perdite alla stessa economia americana, creando malcontento tra i cittadini degli States tra caro carburante e rendimenti in rialzo. Gli Houthi sarebbero l’apertura di un secondo fronte per impaurire ulteriormente l’opinione pubblica circa un aumento generalizzato ancora più marcato dei prezzi al consumo, cioè dell’inflazione.

Poiché la geopolitica è più complessa di quanto pensiamo, possibile anche che l’ingresso degli Houthi in guerra con l’Iran possa rappresentare per paradosso una buona notizia. Significherebbe che siamo giunti alle fasi calde del negoziato, dove ciascuna delle due parti si gioca la partita e con le carte che possiede. Teheran sta rispolverando tutto il suo armamentario, consapevole che potrà tenere testa agli USA non sul piano strettamente militare, bensì provocando danni intensi e duraturi alla loro economia, oltre che al resto del mondo. E vuoi mettere che, oltre a petrolio e gas, salgano direttamente anche i prezzi delle altre merci? Il contraccolpo sull’inflazione sarebbe tremendo.

Trump e i “canali giusti” a Teheran

Che la speranza esista, lo lasciano trasparire alcune parole del presidente Donald Trump di qualche giorno fa. Egli ha espresso apprezzamento per il “regalo” fattogli da Teheran con l’autorizzazione al transito di 20 navi petroliere USA da Hormuz. Il “beau geste” sarebbe stato un modo per i suoi interlocutori di dimostrare di essere al timone del regime. In pratica, un messaggio per segnalare di essere i veri detentori del potere dopo che le prime file sono state eliminate dai raid israelo-americani, al punto da disporre del controllo dello stretto. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli USA avrebbero ora certezza dei “contatti giusti”.

Non illudiamoci, tuttavia, sulla fine imminente della guerra, al di là delle dichiarazioni volutamente trionfali di Trump. L’Iran sta potendosi permettere di portarla per le lunghe. Non solo esporta più petrolio di prima, essendo l’unico stato di fatto a controllare Hormuz, ma lo sta facendo a prezzi molto più alti. Per non parlare dell’annunciato “pedaggio” di 2 milioni di dollari per ogni nave che autorizzerà al passaggio. Pur devastata dalla guerra, la Repubblica Islamica sta introitando più denaro di prima e che può utilizzare sia per la produzione e l’acquisto (da Russia, Cina e Corea del Nord) di armi, sia per la sua economia in generale.

Inflazione arma potente di Iran tra Houthi e prezzi alle stelle

Questo vantaggio consente a Teheran di ampliare il discorso in fase di trattative ben oltre la contingenza. Da un lato, può resistere alle richieste di una cessazione definitiva del programma nucleare e dall’altro alza la posta in gioco con la richiesta di un controllo dello stretto stabile e riconosciuto ufficialmente, con annesso pagamento dei pedaggi. Gli Houthi sono un presunto asso nella manica che l’Iran si starebbe giocando per agitare lo spauracchio dell’inflazione, paventando così un’esplosione dei prezzi di tutti i beni trasportati via mare. E chissà che l’Egitto, memore del collasso delle entrate di un paio di anni fa, non chiami presto alla Casa Bianca per spingere verso un accordo.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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