La guerra in Iran sta avendo un impatto dirompente sul mercato dell’energia mondiale, con le quotazioni di petrolio e gas in forte rialzo ai massimi da anni. Ad uscirne rafforzato è il sistema dei petrodollari, che da troppo tempo i media stanno dando per spacciato ancora prima che si becchi anche soltanto un raffreddore. La verità che emerge in questi giorni drammatici dal punto di vista militare, geopolitico ed economico è ben diversa: il dollaro si è rafforzato contro le altre valute mondiali, mentre la fuga verso l’oro risulta come frenata.

Petrodollari risplendono con impatto sul petrolio da guerra in Iran
I petrodollari furono messi in piedi dalla mente geniale di Henry Kissinger, l’allora segretario di Stato morto all’età di 100 anni alla fine del 2023.
Il mondo ricco era in preda al caos dopo la fine di Bretton Woods, cioè di quell’ordine monetario che legava il dollaro all’oro con la garanzia della convertibilità. Tutte le altre valute dell’orbita occidentale a loro volta erano agganciate al biglietto verde. Saltò tutto per l’alto deficit pubblico americano per finanziare la guerra in Vietnam e i saldi commerciali passivi degli Stati Uniti contro economie più competitive come Germania e Giappone.
Quella che di fatto si tradusse in una svalutazione del dollaro diede vita a un nuovo ordine mondiale, che avrebbe garantito ad oggi l’eccezione americana. Kissinger portò il presidente Richard Nixon in Arabia Saudita, dove negoziarono con Re Faisal un accordo reciprocamente vantaggioso: assistenza militare al regno in cambio della sua accettazione dei pagamenti di petrolio soltanto in dollari. Essendo i sauditi i principali esportatori di oro nero al mondo, la loro policy divenne un benchmark globale. Accadde, quindi, che tutti gli stati ebbero la necessità di mantenere riserve di dollari per garantirsi l’approvvigionamento energetico.
Tensioni rinsaldano rapporto tra USA e alleati nel Golfo
Ed ecco che i petrodollari divennero subito un modo per Washington per continuare a godere di condizioni relativamente vantaggiose sui mercati finanziari, grazie al fatto di emettere la valuta di riserva mondiale. Negli ultimi anni, il sistema ha rischiato effettivamente di scricchiolare. Le incomprensioni tra Riad e amministrazione Biden hanno spinto la prima ad accettare, pur se ancora solo in linea teorica, pagamenti in yuan per le forniture di petrolio alla Cina. E l’uso del dollaro come un’arma contro i nemici ha alimentato ingenti acquisti di oro delle banche centrali, specie in Asia. Il boom del metallo giallo è stato spiegato perlopiù come termometro della crisi di credibilità del biglietto verde tra sanzioni, deficit commerciali e debito pubblico in corsa sfrenata.

Il rapporto tra prezzi di oro e petrolio viene monitorato costantemente per capire lo stato di salute dell’economia mondiale. Ai massimi record del primo di fine gennaio, quando le quotazioni sfiorarono i 5.600 dollari l’oncia, il rapporto arrivò a 80.
Ieri, scivolava a 50. In effetti, con la guerra in Iran l’oro non si è scaldato e si continua ad acquistare sotto i 5.100 dollari. Viceversa, le quotazioni del Brent sono esplose fino a quasi 120 dollari per poi ripiegare nelle ore successive di lunedì. Lungi dal fornire indicazioni positive sull’andamento dell’economia mondiale, il dato rileva da un altro punto di vista: il peso dell’energia è salito repentinamente rispetto al “safe asset” per antonomasia.
Cresce domanda globale di dollari
Un prezzo del petrolio in crescita costringe gli importatori a richiedere un maggiore quantitativo di dollari per pagare le forniture, sottraendoli agli acquisti di asset alternativi. Noi sappiamo che per quest’anno la domanda globale è stimata a circa 104 milioni di barili al giorno. Di questi, l’85% viene regolato proprio in dollari. Nell’ultima seduta prima che la guerra in Iran iniziasse, alle quotazioni date i pagamenti in valuta americana ammontavano a circa 6,36 miliardi. Ieri, ad una quotazione di circa 105 dollari salivano a quasi 9,30 miliardi. Prendete questi numeri molto con le pinze, perché ci interessa di più il ragionamento di fondo. Con il conflitto servono più dollari per quasi 3 miliardi al giorno. In un anno, farebbero più di 1.000 miliardi.
Cosa significa tutto ciò? La guerra in Iran ridà smalto al sistema dei petrodollari. La forza della divisa USA fa il paio con quella delle quotazioni del petrolio. Chi pensava che questo tipo di ordine fosse vicino allo sgretolamento, deve ricredersi. Non è soltanto l’assenza di valute alternative altrettanto credibili e con mercato liquido ad escluderlo. Gli USA hanno un vantaggio su ogni altra potenza vecchia e nuova del pianeta sul piano geopolitico e militare e che può sfruttare per tenere in piedi un’architettura finanziaria a proprio uso e consumo. Il Medio Oriente sta rivelandosi totalmente incapace di reagire agli attacchi dell’Iran. Ed è una condizione voluta, avendo appaltato la propria difesa agli americani.
Petrodollari solidi: vantaggio USA su petrolio emerge con guerra in Iran
Nessuno mai oserebbe oggi mettere in discussione i petrodollari da quelle parti.
Significherebbe suicidarsi dal punto di vista geopolitico. L’Eurozona neppure può sognare per la sua moneta unica uno status simile a quello del dollaro. Non è una questione di simpatia o antipatia, ma di pura inferiorità militare e geopolitica. Pur essendo molto più vicina al Medio Oriente degli USA, non tocca palla nelle tensioni dell’area. La sua voce è inascoltata, ininfluente e pleonastica tra le tanti nel mondo. Paga l’assenza di una difesa degna di questo nome, di una politica estera (credibile) e di un mercato interno realmente unico. I petrodollari possono dormire sonni più che tranquilli.
giuseppe.timpone@investireoggi.it