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Perché una guerra del petrolio può fare crollare i prezzi subito dopo la riapertura di Hormuz

I prezzi del petrolio possono crollare ben sotto i livelli pre-bellici con la riapertura di Hormuz se si scatena una "guerra" commerciale.
7 Maggio 2026
Prezzi del petrolio giù con riapertura di Hormuz?
Prezzi del petrolio giù con riapertura di Hormuz? © Investireoggi.it

I prezzi del petrolio sono precipitati sotto i 100 dollari al barile nel corso della seduta di ieri, mettendo le ali a borse e bond con la prospettiva che lo Stretto di Hormuz possa riaprire presto. Gli Stati Uniti hanno inviato all’Iran un memorandum per un accordo di pace e sul quale riceveranno una risposta entro 48 ore. Il clima è di ottimismo, non soltanto sui mercati internazionali. Dal Pakistan alla Cina, rispettivamente mediatore e attore geopolitico interessato alla partita, sono arrivate parole nette sulla probabile fine delle guerra entro breve.

Prezzi del petrolio crolleranno con Hormuz transitabile?

Dalla fine di febbraio, i prezzi del petrolio e gas sono esplosi a causa della chiusura di Hormuz alla navigazione.

Da lì transitavano fino al giorno prima della guerra 20 milioni di barili di greggio (un quinto dell’offerta globale) e un terzo dell’intero gas naturale liquido trasportato via mare. Ancora oggi, malgrado l’attivazione della pipeline Est-Ovest saudita e di altri canali terrestri nel Golfo Persico, mancano all’appello almeno 10 milioni di barili al giorno, un decimo del fabbisogno mondiale.

Addio all’OPEC degli Emirati Arabi Uniti

Una notizia di pochi giorni fa ha suscitato scalpore e riguarda proprio il mercato dell’energia. Gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’OPEC a partire dall’1 maggio scorso. Erano nell’organizzazione dal 1967, di cui erano diventati terzo membro per livelli di produzione con 3,5 milioni di barili al giorno. Il cartello del petrolio ha perso in un solo colpo un decimo dell’incidenza sull’offerta globale, scendendo sotto il 30%. Risulta oggi più debole anche sul piano geopolitico.

La risposta è stata l’annuncio di un aumento della produzione di 188.000 barili al giorno.

Non è tanto, tra l’altro anche programmato. Tuttavia, apre prospettive interessanti. L’Arabia Saudita è rimasta l’unica economia dell’OPEC con sostanziali margini di aumento della produzione. Rispetto ai 10,1 milioni di barili al giorno di febbraio, Aramco può arrivare ad estrarre fino a 12-12,5 milioni di barili. Alcuni analisti mettono in dubbio questa capacità nell’immediato. D’altra parte, gli Emirati ha lasciato il cartello proprio per tenersi le mani libere. Adu Dhabi National Oil Company può aumentare le estrazioni a 5 milioni di barili al giorno dal 2027.

Possibile reazione saudita

Cosa può succedere? I sauditi sono i leader di fatto dell’OPEC e hanno tutta l’intenzione di salvaguardarne il ruolo di stabilizzatore del mercato globale. In primis, perché oltre la metà delle loro entrate fiscali provengono ancora oggi dal petrolio. Secondariamente, perché questa influenza assegna loro un ruolo geopolitico di estrema rilevanza nei confronti di tutte le grandi potenze, dagli Stati Uniti alla Cina e passando per Europa e India. La loro reazione potrebbe essere furente. Subito dopo la riapertura di Hormuz, se aumentassero l’offerta per punire gli Emirati, scatenerebbero una “guerra commerciale” con effetti devastanti per la già fragilissima economia iraniana. Due piccioni con una fava.

A loro volta, Abu Dhabi aumenterebbe le estrazioni per massimizzare i profitti, pur tenendo conto dell’impatto sui prezzi. Poniamo che, nel caso estremo, gli uni e gli altri salissero al massimo della rispettiva capacità. Il mercato globale si ritroverebbe con una maggiore offerta di 3-4 milioni di barili al giorno. I prezzi crollerebbero sotto i livelli pre-bellici, cosa che farebbe molto comodo alle economie importatrici come Europa, Cina, Giappone e Nord America. Riad resisterebbe per un po’, disponendo di enormi riserve valutarie accumulate negli anni di quotazioni elevate.

E nel frattempo impartirebbe ai vicini di casa una lezione e agli alleati rimasti nel cartello un avvertimento: uscire dall’OPEC non paga.

Prezzi petrolio al test della guerra commerciale

L’economia emiratina è molto diversificata, al punto che può permettersi di patire perdite più di quella saudita. Il punto sarebbe un altro: non si gioverebbe nel breve periodo dell’addio al cartello. E sarebbe proprio questa la volontà del regno, fare capire a chiunque si facesse venire strane idee che la pagherebbe cara. A noi importatori andrebbe di lusso. Dopo il boom dei prezzi di questi mesi, torneremmo a fare benzina a basso costo e, soprattutto, eviteremmo che l’inflazione si autoalimenti. Sarebbe uno scenario passeggero, ma che servirebbe a ridare fiato alle nostre economie in affanno. E chissà che non se ne giovi la stessa amministrazione Trump sotto elezioni. Certo, il principe Mohammed bin Salman non vorrebbe fare un favore al tycoon dopo il tifo espresso a favore degli Emirati e contro l’OPEC. Guerra commerciale rinviata a dopo novembre?

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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