Il debito pubblico in Germania è salito al 63% del Pil nel 2025, un livello da fare invidia a qualsiasi altra grande economia mondiale, essendo il più basso tra gli stati del G7. Messa così, Berlino appare in forma smagliante anche dopo anni di crisi economica. La realtà è meno brillante, se consideriamo tutta una serie di dati che iniziano a minacciare la solidità fiscale della “locomotiva d’Europa”. Sempre nel 2025, il debito esplicito ed implicito è salito da 15.400 a 19.500 miliardi di euro. Si tratta di sommare il dato dei 2.700 miliardi già noto ai 16.800 miliardi di impegni futuri sul fronte delle pensioni, della sanità e dell’assistenza a lungo termine.
Debito implicito in Germania altissimo
Sul groppone i contribuenti hanno oneri pari al 454,1% del loro Pil attuale. E già da quest’anno il dato è stimato in rialzo del 17,7%, a seguito di una riforma delle pensioni recente con annesso limite minimo del 48% per l’assegno rispetto all’ultimo stipendio fino al 2031. Sono stati incrementati anche i benefici a favore delle lavoratrici madri per i figli nati prima del 1990. Il sistema assistenziale tedesco è sempre più generoso e minaccia la proverbiale solidità fiscale. A titolo di confronto, l’Italia ha un debito pubblico “esplicito” sopra il 136%, ma sommato a quello implicito arriverebbe al 380%, molto più basso che in Germania.
Bassa crescita e alte emissioni nette
Il primo atto di Friedrich Merz prima ancora di diventare cancelliere fu nel marzo del 2025 di riformare la Costituzione per sospendere la regola sul freno al debito. Esso poneva un tetto al deficit allo 0,35% del Pil. L’obiettivo fu di contrattare con i socialdemocratici un pacchetto di 1.000 miliardi di euro di spese pluriennali, di cui la metà destinato alla difesa e l’altra metà agli investimenti pubblici.
Si voleva e si vuole ancora oggi stimolare per questa via l’economia tedesca, al palo tra caro energia e dazi americani.
Ad un anno pieno dall’inizio del mandato, Merz è costretto a prendere atto che fare leva sul debito non sta portando benefici alla Germania. Complici le tensioni internazionali, il Pil è atteso in crescita meno dell’1% quest’anno e l’inflazione è già tornata a salire al 2,7% a marzo, livello massimo da gennaio 2024. Nel frattempo, le emissioni nette di debito sono attese in crescita a 98 miliardi di euro per quest’anno, record federale, fatta eccezione per gli anni della pandemia. Per l’anno prossimo raddoppierebbero a quasi 200 miliardi tra aumenti delle spese militari sopra i 100 miliardi ed entrate fiscali in calo.
Spesa pubblica record con assistenza
La situazione è così complicata che ieri il ministro della Salute, Nina Warken, ha presentato misure di risparmi sulla sanità per 16,3 miliardi, al fine di coprire il “buco” cronico della Gesetzliche Krankenversicherung, coperto dai trasferimenti federali. Nessun risparmio è stato sinora possibile, invece, in merito al Bürgergeld, il reddito di cittadinanza tedesco. Malgrado gli assegni non vengano rivalutati all’inflazione da due anni, il costo annuale continua ad aggirarsi sui 26 miliardi all’anno anche a causa dell’alta presenza di immigrati. E con l’indicizzazione per l’anno prossimo, il conto è atteso in crescita a 30 miliardi.
Nel totale, la voce assistenza pesa per 1.200 miliardi.
La spesa pubblica, che prima del Covid era al 45% del Pil, è salita al 49% nel 2025 e quest’anno dovrebbe ammontare al 51%. Lo stato gestisce ormai la gran parte della ricchezza creata da imprese e lavoratori. E questa tende a non crescere o a crescere a ritmi lenti, mentre il debito sale dopo decenni di politiche fiscali solide. La Germania si sta mediterraneizzando sul piano dell’approccio ai conti pubblici. Le famose riforme promesse dal cancelliere non si sono viste. La burocrazia resta ipertrofica, i dipendenti pubblici hanno raggiunto i 5,4 milioni e sfiorano il 12% degli occupati, mentre l’innovazione scarseggia: appena 45 startup per 1 milione di abitanti contro le 4.800 negli Stati Uniti.
Riforme difficili a Berlino: pesa ricordo del 2005
C’è un evento rimasto nella memoria dei politici tedeschi e che probabilmente frena lo stesso Merz dal lanciarsi seriamente in un piano di riforme strutturali. Era il 2005 e l’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder aveva appena modificato in senso restrittivo l’assistenza con il piano Hartz IV per limitare temporalmente i sussidi. Il suo partito perse la guida del Nord-Rhein Westfalen per la prima volta dal 1966. Travolto dall’impopolarità a sinistra, si fece sfiduciare al Bundestag per andare ad elezioni anticipate. I socialdemocratici avrebbero rivinto solo nel 2021 e con un consenso di appena il 25,7%. L’anno scorso, colavano a picco al minimo storico del 16,4%.
Fare riforme è impopolare ovunque, ma lo è forse ancora di più in Germania. I tedeschi non amano le sorprese, prediligono la stabilità e la prevedibilità. Ma senza cambiamenti, l’economia torna ad essere il “malato d’Europa“ come prima di Schroeder e il debito sembra destinato a salire tra stagnazione e rivendicazioni assistenziali senza freno. Il primo a capirlo è lo stesso Merz, che nei sondaggi si vede scavalcato ormai con un certo distacco dall’AfD, la destra euroscettica e accusata dagli altri partiti di simpatie neonaziste. Prova ne è il recente discorso tenuto in una scuola, dove ha dichiarato che “l’Iran ha umiliato totalmente gli Stati Uniti”.
In Germania crescono debito e frustrazione
Il cristiano-democratico è stato sin qui molto attento a non indispettire l’amministrazione Trump, anche perché intende porsi a capo delle relazioni euroatlantiche. Tuttavia, sta vedendo svanire il sogno di rianimare la crescita per effetto delle tensioni commerciali prima e nel Golfo Persico adesso. C’è frustrazione a Berlino, come nelle altre capitali europee. Washington ha azzannato un’economia europea già in affanno e compromette seriamente la capacità dell’area di tenere il passo con le altre grandi della Terra. Il ricorso al debito è un esperimento quasi disperato nel tentativo di rimettere la Germania sui binari dopo essere deragliata dalla guerra ucraina in avanti. Il problema è duplice: senza crescita non è un percorso sostenibile e gli elettori tedeschi non gradiscono questo genere di soluzioni, storicamente punendo coloro che le attuano.
giuseppe.timpone@investireoggi.it